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Medicina generale, il vero terreno dello scontro è la continuità della cura

La protesta della Fimmg contro la riforma Schillaci riporta al centro il ruolo del medico di fiducia. Ma il dibattito investe anche fascicolo sanitario elettronico, organizzazione territoriale e digitalizzazione della presa in carico
Sanità pubblica

Lo stato di agitazione proclamato dalla FIMMG contro la riforma dell’assistenza territoriale proposta dal Governo non riguarda soltanto la natura contrattuale dei medici di famiglia o il ruolo delle Case di comunità. Dietro lo scontro politico e sindacale emerge infatti una questione più profonda: che cosa significhi oggi "continuità della cura" in un sistema sanitario sempre più complesso, digitalizzato e frammentato.

Nelle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi, i rappresentanti della medicina generale hanno insistito soprattutto sul rischio che un modello organizzato per turni o basato su una presenza più strutturata nelle Case di comunità possa indebolire il rapporto fiduciario tra medico e paziente.

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"Come reagirà il cittadino al ritrovarsi ogni volta un medico diverso a cui dovrà raccontare la propria storia clinica?", ha dichiarato Carlo Curatola, membro dell’esecutivo nazionale Fimmg, in un’intervista a Today.it.

Una posizione che intercetta un tema reale, soprattutto per pazienti cronici, anziani fragili e persone con quadri clinici complessi, nei quali la conoscenza accumulata negli anni dal medico di medicina generale rappresenta spesso un elemento concreto di efficacia assistenziale.

La conoscenza del paziente può essere solo personale?

Il punto, però, è che proprio il sistema sanitario italiano sta investendo da anni - anche attraverso il Pnrr - sulla costruzione di strumenti che dovrebbero rendere trasferibile almeno una parte (quella fondamentale) di quella continuità clinica oggi affidata quasi esclusivamente alla memoria e alla relazione individuale del singolo professionista.

Fascicolo sanitario elettronico, Patient Summary, interoperabilità dei dati, telemedicina e piattaforme territoriali nascono esattamente con questo obiettivo: fare in modo che informazioni cliniche, terapie, anamnesi, fragilità e percorsi assistenziali possano essere condivisi rapidamente tra diversi professionisti e diversi livelli del sistema sanitario.

Se questo processo non fosse possibile, verrebbe meno una parte importante della stessa logica che sostiene oggi la trasformazione digitale della sanità. Ed è qui che il dibattito sulla riforma della medicina generale rischia di entrare in una zona ambigua.

Perché sostenere che la continuità della cura possa esistere soltanto attraverso il rapporto esclusivo e personale con il singolo medico significa implicitamente affermare che l’infrastruttura digitale costruita negli ultimi anni non sia in grado di garantire continuità clinica, integrazione informativa e presa in carico condivisa.

Il problema è che la transizione non è ancora compiuta

Allo stesso tempo, sarebbe semplicistico liquidare le preoccupazioni della categoria come pura difesa corporativa o nostalgica.

La realtà è che il sistema sanitario italiano si trova oggi in una fase intermedia, in cui il modello tradizionale della medicina fiduciaria non è stato ancora sostituito da un’infrastruttura territoriale e digitale realmente matura e uniforme.

Il Fascicolo sanitario elettronico esiste, ma con livelli di aggiornamento e utilizzo molto differenti tra Regioni e professionisti. La condivisione dei dati resta spesso incompleta. La telemedicina è ancora disomogenea. Le Case di comunità devono in gran parte essere rese operative. E il lavoro realmente multidisciplinare sul territorio fatica ancora a consolidarsi.

In questo contesto, il timore espresso da parte della medicina generale è che si chieda ai professionisti una trasformazione organizzativa molto rapida senza che siano ancora disponibili strumenti pienamente funzionanti per garantire quella continuità assistenziale che oggi viene assicurata soprattutto dalla relazione personale.

Il cittadino però vive già una sanità "non fiduciaria"

C’è però un altro elemento che rende il confronto più complesso. Una parte consistente della sanità contemporanea già oggi funziona attraverso relazioni intermittenti e non continuative. Pronto soccorso, specialistica ambulatoriale, ospedali, guardie mediche, servizi territoriali e percorsi diagnostici operano quotidianamente attraverso professionisti che il paziente spesso non conosce personalmente.

Eppure il sistema continua a funzionare - con tutti i suoi limiti - proprio perché la continuità dell’assistenza si regge sempre di più sulla circolazione delle informazioni cliniche, sulla standardizzazione dei dati e sulla capacità organizzativa delle strutture. In questo senso, il rischio della discussione attuale è che il confronto venga ridotto a uno schema troppo semplice: da una parte il medico "che conosce il paziente", dall’altra una sanità impersonale e burocratica.

La questione reale sembra invece un’altra: capire se il Servizio sanitario nazionale sia oggi davvero pronto a trasformare la continuità della cura da patrimonio individuale del singolo professionista a capacità strutturale dell’intero sistema.

Il vero banco di prova della riforma

È probabilmente questo il punto su cui si misurerà la credibilità della riforma Schillaci. Se il cambiamento verrà percepito come una semplice ridefinizione contrattuale o organizzativa, senza un parallelo rafforzamento degli strumenti digitali, del personale territoriale e dell’integrazione tra professionisti, le resistenze della categoria rischiano di rafforzarsi.

Se invece la trasformazione riuscirà a costruire una rete territoriale realmente interoperabile, multidisciplinare e capace di condividere informazioni e responsabilità cliniche, allora anche il concetto stesso di medicina fiduciaria potrebbe evolvere, senza necessariamente scomparire. Ed è proprio questa la partita che si sta aprendo attorno al futuro della medicina generale italiana.

Sanità pubblica
Commenti
IA
Ilaria Appolloni
Un computer non può sostituire il rapporto medico paziente. La fiducia di una persona nelle competenze dell’altra. Le capacità di intuito di un professionista che conosce a fondo il paziente di cui si prende cura. La prima cura sono degli occhi che ti guardano degli orecchi che ti ascoltano e delle mani che ti toccano. Voi e le vostre digitalizzazioni non potete curare nessuno.
Rispondi
12/05/2026 23:33

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