
Uno studio dell’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli apre scenari inediti sulle cause della trisomia 21, chiamando in causa anticorpi materni indipendenti dall’età
La sindrome di Down potrebbe non essere legata soltanto all’invecchiamento degli ovociti. Accanto al noto fattore dell’età materna, emerge una nuova ipotesi biologica: una reazione autoimmune in grado di interferire con i meccanismi cellulari che presiedono alla corretta divisione cromosomica. È quanto suggerisce uno studio coordinato da Giuseppe Noia, docente di Medicina dell’Età Prenatale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma e della UOSD Hospice Perinatale della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS nonché presidente della Fondazione Il Cuore in una Goccia ETS, promotrice e cofinanziatrice del progetto di ricerca. La ricerca introduce un possibile paradigma alternativo per spiegare i casi di trisomia 21 anche in donne giovani.
Oltre l’età materna: una spiegazione per i casi inattesi
La non-disgiunzione del cromosoma 21 nell’ovocita materno è da sempre considerata un evento prevalentemente età-dipendente. Tuttavia, una quota non trascurabile di gravidanze con trisomia 21 riguarda donne sotto i 35 anni, per le quali finora mancava una spiegazione biologica convincente.
Secondo i dati epidemiologici più recenti, la prevalenza della sindrome di Down nelle donne tra i 20 e i 30 anni varia da 0,67 a 1,06 casi ogni 1.000 nati, per salire progressivamente nella fascia 30-40 anni. Numeri che indicano come il fenomeno non possa essere relegato a un’eccezione statistica.
L’ipotesi autoimmune
Il lavoro, pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences, propone che in alcuni casi la trisomia 21 possa essere favorita dalla presenza di autoanticorpi diretti contro la zona pellucida, la membrana che avvolge l’ovocita e svolge un ruolo cruciale nel riconoscimento dello spermatozoo e nella fecondazione. L’ipotesi nasce da uno studio durato cinque anni, condotto presso il Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, che ha confrontato un gruppo di madri con figli affetti da sindrome di Down con un gruppo di controllo di madri di neonati senza anomalie cromosomiche.
"I risultati mostrano una differenza netta tra le due popolazioni – spiega Giuseppe Noia – nel 34% delle madri che avevano avuto un bambino con sindrome di Down abbiamo riscontrato la presenza di anticorpi anti-zona pellucida, assenti invece nel gruppo di controllo".
Un meccanismo indipendente dall’età
Secondo gli autori, l’autoimmunità materna potrebbe rappresentare un fattore di rischio age-independent, capace di alterare la stabilità dell’ovocita durante il concepimento e favorire errori nella separazione dei cromosomi.
"Introdurre una variabile di tipo autoimmune nello studio della trisomia 21 è un elemento di forte novità – sottolinea Noia – Questa ipotesi permette di spiegare perché questa patologia possa insorgere anche in donne giovani, al di là del tradizionale legame con l’età materna".
Implicazioni cliniche e consulenza preconcezionale
L’aspetto forse più rilevante dello studio riguarda le potenziali ricadute in ambito clinico, in particolare nella consulenza preconcezionale. Se confermata da ulteriori ricerche, l’identificazione di autoanticorpi specifici potrebbe aprire la strada a strategie di valutazione del rischio più personalizzate.
"Questo lavoro apre nuove alternative nelle consulenze preconcezionali per le coppie che scelgono consapevolmente di conoscere il proprio rischio – evidenzia Noia – In prospettiva, potrebbe diventare possibile intervenire per modulare la risposta immunologica, sempre nell’ambito di percorsi clinici rigorosamente validati".
Nuovi scenari di ricerca
Il team di ricerca – che ha coinvolto genetisti, immunologi e specialisti in medicina prenatale – sottolinea come i risultati rappresentino un punto di partenza, non di arrivo. "È al mondo medico-scientifico che spetterà ora un ulteriore impegno di approfondimento – conclude Noia – per esplorare tutti gli scenari di studio e le possibili applicazioni cliniche che questa ipotesi innovativa rende finalmente indagabili".
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