
La riforma del Servizio sanitario nazionale in discussione al Senato apre un fronte di confronto anche con le associazioni civiche. In audizione sul disegno di legge delega A.S. 1825, Cittadinanzattiva ha espresso una valutazione articolata, che tocca sia il metodo sia il merito del provvedimento.
"Una riforma di questa portata può rappresentare un passaggio necessario e di straordinaria rilevanza per il Paese, purché si fondi su una visione organica, chiara e condivisa", ha dichiarato la segretaria generale Anna Lisa Mandorino. Una condizione che, secondo l’associazione, nel testo attuale non emerge con sufficiente chiarezza.
Il metodo: legge delega e assenza di confronto
La prima critica riguarda lo strumento scelto. Per Cittadinanzattiva, il ricorso alla legge delega "è poco coerente con una riforma dall’impatto così esteso", perché riduce il ruolo del Parlamento e limita il confronto con i principali attori del sistema.
Nel mirino anche l’assenza di una condivisione preventiva con cittadini, professionisti e Regioni. "Si prescinde dal dialogo sociale", sottolinea Mandorino, in un passaggio che richiama direttamente il tema della legittimazione delle riforme sanitarie.
Altro elemento segnalato è quello dell’invarianza di bilancio. "Se si combinano neutralità finanziaria e valorizzazione delle eccellenze si rischia di rafforzare ciò che già funziona, senza ridurre i divari", osserva l’associazione.
Il merito: troppo ospedale, poco territorio
Sul piano dei contenuti, la critica è ancora più netta. Il disegno di legge dichiara l’obiettivo di rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio, ma secondo Cittadinanzattiva "non collima con l’articolato", che resta centrato soprattutto sulla riorganizzazione del modello ospedaliero.
Il contesto, ricordano, è quello di un Paese in cui gli over 65 rappresentano il 25% della popolazione e oltre il 40% dei cittadini convive con almeno una patologia cronica, assorbendo più del 70% della spesa sanitaria.
In questo scenario, temi come medicina generale, cure palliative, non autosufficienza, cronicità e salute mentale "restano una mera elencazione", senza un disegno operativo chiaro.
Il punto politico: il Piano sanitario nazionale
Il passaggio più rilevante riguarda però il rapporto tra la riforma e il Piano sanitario nazionale, fermo al 2008 e il cui aggiornamento è stato annunciato dal ministro della Salute entro l’estate.
"Una riforma di tale portata deve essere contestuale e coordinata rispetto al Piano sanitario nazionale", afferma Mandorino. "È lo strumento principale di programmazione e rappresenta il punto di partenza per qualsiasi intervento sul SSN".
Da qui la richiesta di avviare un percorso di confronto più ampio e strutturato, sia nella revisione del Piano sia nella definizione della riforma.
Il messaggio che emerge è chiaro: più che una singola misura, è l’impostazione complessiva a essere messa in discussione. Non tanto la necessità di intervenire sul SSN, quanto il modo in cui farlo e il livello di coerenza tra obiettivi dichiarati, strumenti scelti e contesto reale.




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