
Farmindustria lancia l’allarme: nuovi shock geopolitici e dipendenza dall’estero mettono a rischio la sostenibilità del settore in Europa
Le tensioni geopolitiche tornano a pesare sul comparto farmaceutico globale. Secondo Farmindustria, la recente crisi in Medio Oriente rappresenta il terzo shock in pochi anni, dopo la guerra in Ucraina e le difficoltà nel Mar Rosso, con impatti diretti su logistica, energia e costi produttivi.
A evidenziarlo è Marcello Cattani, presidente dell’associazione, che segnala un incremento complessivo dei costi superiore al 20%, da aggiungere a un aumento già registrato del 30% dal 2021. In un contesto caratterizzato da prezzi regolati, questi rincari ricadono interamente sulle aziende, mettendo sotto pressione la sostenibilità della produzione farmaceutica.
Il settore si trova così ad affrontare una combinazione di fattori critici: aumento dei costi energetici, difficoltà nelle catene di approvvigionamento e instabilità internazionale. Elementi che, nel loro insieme, rischiano di compromettere la continuità produttiva e la competitività delle imprese europee.
Un ulteriore nodo riguarda la forte dipendenza dall’estero per le materie prime. Attualmente, circa il 74% dei principi attivi più comuni proviene da Paesi come Cina e India, a cui si aggiunge l’importazione di componenti essenziali come materiali per il packaging. Una vulnerabilità strutturale che espone il sistema a interruzioni e oscillazioni dei mercati globali.
Parallelamente, si registra un’accelerazione dell’innovazione farmaceutica in Asia, in particolare in Cina, dove una quota crescente di nuovi farmaci, soprattutto in ambito oncologico, viene sviluppata. Inoltre, una parte significativa degli studi clinici globali è oggi avviata in questo Paese, a testimonianza di un cambiamento negli equilibri della ricerca internazionale.
Secondo Farmindustria, questi fenomeni non sono temporanei ma destinati a consolidarsi nel tempo. A livello globale, Paesi come Stati Uniti, Cina ed economie emergenti stanno investendo massicciamente in ricerca e sviluppo, con previsioni di investimenti pari a circa 2.000 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.
In questo scenario, l’Europa rischia di perdere competitività, anche a causa di politiche considerate poco favorevoli all’innovazione e alla tutela della proprietà intellettuale. L’aumento dei costi e la pressione regolatoria potrebbero infatti ridurre l’attrattività del continente per investimenti e sviluppo tecnologico.
Il quadro delineato evidenzia la necessità di una strategia industriale più solida e coordinata, capace di rafforzare l’autonomia produttiva, sostenere la ricerca e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. In un contesto sempre più segnato da dinamiche geopolitiche, il settore farmaceutico si conferma infatti un asset strategico, non solo per la salute pubblica ma anche per la stabilità economica e industriale.
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