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Farmaceutica, export oltre 69 miliardi: crescita record ma l’Europa rischia di perdere terreno

Dati Farmindustria: produzione e occupazione in aumento. Ma tra politiche Usa, costi e concorrenza globale si apre il nodo della competitività europea
Aziende farmaceutiche

L’export supera i 69 miliardi di euro, la produzione raggiunge i 74 miliardi, gli occupati sono oltre 72mila e gli investimenti superano i 4 miliardi, di cui più di 800 milioni destinati alla ricerca clinica nel Servizio sanitario nazionale. I numeri presentati da Farmindustria in occasione della Giornata del Made in Italy confermano il ruolo dell’industria farmaceutica come uno dei principali driver dell’economia italiana e come punto di intersezione tra innovazione, capacità produttiva e sistema sanitario.

"L’industria farmaceutica è un settore di punta del Made in Italy e strategico per salute, crescita e sicurezza nazionale", sottolinea Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, richiamando un modello che tiene insieme produzione industriale, ricerca e occupazione qualificata.

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Un settore in crescita che sostiene economia e sistema sanitario

I dati raccontano un comparto in espansione, capace di generare valore non solo sul piano clinico ma anche su quello economico. La quota rilevante di investimenti destinati alla ricerca clinica nel SSN evidenzia un legame strutturale tra industria e sistema pubblico, che si traduce in sviluppo di competenze, accesso a terapie innovative e rafforzamento delle infrastrutture sanitarie.

La crescita occupazionale, con una presenza femminile particolarmente elevata nella ricerca e sviluppo, conferma inoltre il ruolo del settore come bacino di lavoro qualificato e ad alta intensità tecnologica.

La pressione degli Stati Uniti e il rischio di spostamento degli investimenti

Accanto ai risultati, emerge però un contesto internazionale in rapido mutamento. Le politiche statunitensi orientate ad attrarre investimenti e a ridefinire il finanziamento dell’innovazione stanno producendo effetti concreti sulle strategie delle aziende.

Misure come il meccanismo del "Most Favored Nation", che lega il prezzo dei farmaci ai livelli più bassi registrati nei Paesi avanzati, stanno contribuendo a ridisegnare il quadro competitivo. Negli ultimi mesi si sono registrati accordi e annunci per circa 400 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti nei prossimi cinque anni, con una stima di riduzione fino a 100 miliardi per l’Europa.

Un riequilibrio che rischia di incidere sulla capacità del continente di restare attrattivo per l’industria farmaceutica.

Geopolitica e costi: una filiera sotto stress

A queste dinamiche si aggiungono le tensioni geopolitiche che negli ultimi anni hanno colpito la filiera produttiva. "La guerra in Iran rappresenta il terzo shock in quattro anni, dopo Ucraina e crisi del Mar Rosso, con effetti su logistica, energia e costi di produzione", osserva Cattani.

Gli aumenti stimati, superiori al 20% e da sommare a quelli già registrati dal 2021, incidono in modo diretto su un settore caratterizzato da prezzi regolati, dove la possibilità di trasferire i costi è limitata. Ne deriva una compressione della sostenibilità economica della produzione, con potenziali effetti sulla tenuta della base industriale europea.

Dipendenze esterne e avanzata della Cina nell’innovazione

Il tema della competitività si intreccia con quello delle dipendenze strategiche. Il 74% dei principi attivi più comuni proviene da Cina e India, evidenziando una vulnerabilità della filiera europea.

Parallelamente, la Cina sta rafforzando la propria posizione anche sul fronte dell’innovazione, arrivando a generare una quota crescente di nuovi farmaci, in particolare in ambito oncologico, e a concentrare circa il 30% degli studi clinici globali.

Il confronto con gli altri hub internazionali è netto: a fronte di investimenti globali in ricerca e sviluppo stimati in 2.000 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, l’Europa mostra segnali di rallentamento. I dati EFPIA indicano una perdita del 10% della quota di studi clinici tra il 2013 e il 2023, con una riduzione di circa 60mila opportunità di accesso a cure sperimentali per i pazienti europei.

Lo scenario europeo: competitività, regole e sostenibilità

"In questo scenario serve un approccio strategico che tenga insieme innovazione, sostenibilità economica e capacità produttiva", afferma Cattani. Il riferimento è al quadro regolatorio europeo, considerato dall’industria sempre meno favorevole rispetto ad altri contesti globali.

Sul piano nazionale, il confronto si concentra su strumenti come il superamento del payback, la valorizzazione degli investimenti industriali e la definizione di nuovi modelli di accesso precoce ai farmaci. Questioni che chiamano in causa direttamente il rapporto tra industria e Servizio sanitario nazionale, in un equilibrio complesso tra sostenibilità della spesa e capacità di attrarre investimenti.

Innovazione e accesso: una sfida che riguarda anche il SSN

"Puntare sull’innovazione non è mai stato opzionale e tanto meno lo è oggi", conclude Cattani. Un’affermazione che sintetizza una tensione più ampia: la necessità di mantenere competitività industriale senza compromettere l’accesso alle cure e la tenuta dei sistemi sanitari.

In questo equilibrio si gioca una parte rilevante del futuro del settore, tra politiche industriali, scelte regolatorie e sostenibilità del welfare.

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