
Dall’ipotesi di estendere l’assistenza fino ai 18 anni al tema delle carenze e delle Case di comunità: il sistema pediatrico si prepara a cambiare
Estendere l’assistenza pediatrica fino ai 18 anni, ridefinire il ruolo dei professionisti nel territorio e adattare l’organizzazione a bisogni clinici sempre più complessi: è su questi assi che si sta muovendo il dibattito sulla pediatria in Italia.
Le indicazioni emerse in occasione della Giornata nazionale della pediatria, al Ministero della Salute, restituiscono l’immagine di un sistema in evoluzione, chiamato a confrontarsi con trasformazioni demografiche, cambiamenti epidemiologici e nuove esigenze organizzative.
Verso l’estensione dell’età pediatrica
Uno dei punti centrali riguarda la proposta del ministro della Salute, Orazio Schillaci, di estendere l’assistenza pediatrica fino alla maggiore età.
La posizione delle società scientifiche è favorevole. "La proposta di portare l’età di assistenza del pediatra fino a 18 anni è stata accolta in maniera molto positiva", ha dichiarato Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria (Sip). "Il pediatra è il professionista più indicato per accompagnare ragazze e ragazzi nel loro percorso di crescita".
Il tema non riguarda solo il territorio. Secondo la Sip, l’estensione dovrebbe coinvolgere anche l’ambito ospedaliero, dove oggi il passaggio ai percorsi per adulti avviene con criteri non uniformi, variabili tra 14, 16 o 18 anni.
"Attualmente in Italia esiste una forte disomogeneità, talvolta anche all’interno della stessa regione", ha osservato Agostiniani, sottolineando la necessità di strutturare reparti in grado di seguire anche la fascia adolescenziale.
Adolescenza e continuità assistenziale
L’estensione dell’età pediatrica si lega direttamente al tema della continuità assistenziale, in particolare nella fase di passaggio verso la medicina dell’adulto.
"L’adolescenza è una terra di mezzo della quale ancora oggi nessuno si occupa in modo strutturato", ha evidenziato Antonio D’Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp). "Serve un passaggio di consegne più definito con il medico di medicina generale".
Il tema tocca anche l’organizzazione complessiva del sistema, già alle prese con la carenza di professionisti. Una criticità riconosciuta anche a livello istituzionale.
"È chiaro che esiste un problema di possibile insufficienza del personale pediatrico, così come per i medici di medicina generale", ha affermato Maria Rosaria Campitiello, capo del Dipartimento della prevenzione del Ministero della Salute. "È una sfida che le istituzioni hanno ben presente, ma che può essere affrontata con una corretta organizzazione". Secondo Campitiello, una riforma in questa direzione potrebbe rispondere sia alle esigenze delle famiglie, evitando cambi di riferimento troppo precoci, sia a quelle dei professionisti.
Una pediatria che cambia: meno nascite, più complessità
Accanto agli aspetti organizzativi, il sistema pediatrico si trova a fare i conti con un cambiamento strutturale della domanda di salute.
"La pediatria ospedaliera dei prossimi anni sarà profondamente diversa", ha osservato Alberto Villani, responsabile della Pediatria generale e malattie infettive dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. "Peseranno la denatalità, l’aumento dei casi complessi e cronici, la crescita dei disturbi neuropsichiatrici e una maggiore fragilità dei pazienti".
Secondo Villani, questo scenario potrebbe portare anche a una ridefinizione del fabbisogno professionale: meno pediatri in termini numerici, ma con competenze più specialistiche.
Il ruolo nelle Case di comunità
Un altro fronte riguarda l’integrazione dei pediatri nel nuovo assetto territoriale, in particolare all’interno delle Case di comunità previste dal Pnrr. La posizione dei medici di famiglia è chiara: presenza sì, ma con funzioni definite.
"Il pediatra di famiglia vuole entrare nelle Case di comunità con attività precise: prevenzione, educazione sanitaria e assistenza al bambino con patologia cronica o complessa", ha dichiarato Antonio D’Avino, presidente Fimp. "Non vogliamo essere un riempitivo, ma offrire un contributo coerente con il nostro ruolo".
Il riferimento è a un modello di assistenza che mantenga al centro la prevenzione e la promozione della salute nei primi anni di vita, considerati sempre più determinanti per gli esiti a lungo termine.
Un sistema da riequilibrare
Sul fondo resta un’esigenza di maggiore uniformità e coordinamento, sia sul piano territoriale sia su quello organizzativo.
Secondo quanto emerso nel dibattito, l’obiettivo è garantire standard omogenei di assistenza su tutto il territorio nazionale, evitando differenze tra regioni nella presa in carico dei bambini e degli adolescenti.
In questo quadro, l’estensione dell’età pediatrica, la ridefinizione dei percorsi ospedalieri e il ruolo nelle strutture territoriali appaiono come elementi di un cambiamento più ampio, che riguarda l’intero assetto della pediatria nel Servizio sanitario nazionale.
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