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Farmaci antiobesità, senza dieta il rischio è fallire la terapia

La puntura da sola non basta: alimentazione, movimento e supporto psicologico per risultati che durano nel tempo
Obesità

L’arrivo dei nuovi farmaci antiobesità ha cambiato il modo di affrontare questa malattia. Ma una cosa è chiara: non esiste una "cura miracolosa" che valga da sola. Per ottenere benefici reali e duraturi serve un percorso completo, che includa dieta, attività fisica e attenzione alla salute mentale. È quanto emerso dal nuovo documento di consenso europeo presentato al Congresso europeo sull’obesità (ECO2026), commentato dalla professoressa Esmeralda Capristo del Policlinico Gemelli di Roma.

Serve un percorso su misura

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I farmaci di nuova generazione basati sulle incretine, come semaglutide e tirzepatide, stanno rivoluzionando il trattamento dell’obesità. Tuttavia, gli esperti sottolineano che possono avere effetti non solo positivi, ma anche criticità sul piano nutrizionale, fisico e psicologico. Per questo, spiegano, il paziente non deve essere lasciato a sé stesso dopo la prescrizione.

"L’efficacia di questi farmaci è condizionata alla loro somministrazione all’interno di una strategia terapeutica integrata, per far sì che il risultato sia valido e duraturo", sottolinea la professoressa Esmeralda Capristo, direttore della UOS di Medicina della grande obesità di Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS. In altre parole, il trattamento funziona davvero quando è accompagnato da un percorso personalizzato costruito attorno alla persona.

Cosa mangiare durante la terapia

Uno degli aspetti più importanti riguarda proprio la dieta, che deve essere adattata al funzionamento dei farmaci. "Nei soggetti che assumono incretine è importante fare pasti piccoli, seguire il senso di sazietà e ridurre il desiderio per alcuni alimenti indotto dai farmaci", spiega Capristo.

Tra le principali indicazioni:

  • limitare gli zuccheri semplici, che possono accentuare i disturbi gastrointestinali;
  • aumentare leggermente le proteine (in media tra 1,2 e 1,5 grammi per kg di peso, su indicazione medica);
  • assumere più fibre;
  • bere acqua durante la giornata, a piccoli sorsi;
  • evitare le bevande alcoliche, soprattutto a digiuno.

Un’attenzione particolare va anche all’idratazione: questi farmaci possono favorire la disidratazione, quindi è importante bere regolarmente.

Attività fisica indispensabile per proteggere i muscoli

Dimagrire non significa perdere solo grasso. Una parte del peso perso può riguardare anche la massa muscolare, che invece è fondamentale per il metabolismo. Secondo gli studi analizzati dalla Consensus, fino al 30% del calo di peso può essere massa magra, soprattutto muscoli. Per questo è fondamentale affiancare alla dieta anche l’esercizio fisico.

"La combinazione di una dieta leggermente iperproteica e di esercizi di resistenza aiuta a preservare la massa magra", evidenzia Capristo. Accanto all’attività aerobica (come camminare, andare in bicicletta), è quindi importante introdurre anche esercizi di forza, con pesi o bande elastiche, anche a casa.

Il benessere psicologico va monitorato

Dimagrire porta spesso a sentirsi meglio, anche dal punto di vista emotivo. Tuttavia, una perdita di peso rapida può riattivare fragilità psicologiche già presenti. Per questo gli esperti raccomandano uno screening psicologico prima di iniziare la terapia, valutando anche eventuali problemi legati all’alcol. L’obiettivo è accompagnare il paziente lungo tutto il percorso, evitando che emergano difficoltà non gestite.

Non solo peso: conta anche come si perde

Un altro messaggio chiave riguarda il modo in cui si perde peso. Non basta guardare il numero sulla bilancia o il BMI, è importante valutare anche la composizione corporea, la forza muscolare e la circonferenza vita. L’obiettivo indicato dagli esperti è chiaro: perdere soprattutto grasso, preservando muscoli e ossa. In termini pratici, si punta a un rapporto di circa 3 a 1 tra perdita di grasso e massa magra.

Cure ancora non accessibili a tutti

Nonostante i progressi, resta il problema delle disuguaglianze. Le persone con minori risorse economiche o appartenenti a gruppi più fragili hanno meno accesso sia ai farmaci sia ai servizi specialistici. Inoltre, l’obesità viene ancora spesso trattata solo quando compaiono complicanze come diabete o malattie cardiovascolari, invece di intervenire prima. Secondo gli esperti, è necessario un cambiamento culturale: riconoscere l’obesità come una malattia a tutti gli effetti e trattarla precocemente.

Un cambiamento di paradigma, ma non in solitaria

I farmaci antiobesità rappresentano una svolta importante, ma non bastano da soli. Gli esperti parlano di "un cambiamento di paradigma", che richiede però un approccio integrato: farmaci, nutrizione, attività fisica, supporto psicologico e monitoraggio continuo. Questi farmaci possono essere un grande aiuto, ma il vero successo passa da un cambiamento dello stile di vita, costruito passo dopo passo con il supporto degli specialisti.

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