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Autonomia differenziata, Gimbe: "Le Regioni partono da condizioni troppo diverse"

Sanità regionale Redazione politico sanitaria | 10/06/2026 16:40

In audizione al Senato la Fondazione Gimbe invita a sospendere l'iter dell'autonomia differenziata in sanità fino alla definizione dei LEP. "Rischio di ampliare i divari già esistenti".

Le quattro Regioni che hanno chiesto maggiori competenze in materia sanitaria attraverso l'autonomia differenziata presentano già oggi differenze significative nella capacità di garantire servizi, attrarre pazienti e assicurare personale sanitario. È quanto emerge dall'audizione della Fondazione Gimbe presso la Commissione Affari costituzionali del Senato, chiamata a esaminare gli schemi di pre-intesa relativi all'autonomia differenziata.

Secondo la Fondazione, prima di procedere con il trasferimento di nuove competenze sarebbe necessario completare la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP), quantificarne i costi standard e predisporre strumenti di monitoraggio capaci di verificare l'impatto delle nuove autonomie sull'equità di accesso alle cure.

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"Il problema non è l'autonomia amministrativa in sé", ha affermato il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. "La criticità riguarda il contesto in cui si vorrebbe applicarla, caratterizzato da forti differenze territoriali e da un Servizio sanitario nazionale già sottoposto a tensioni finanziarie e organizzative".

Lea, le performance non sono omogenee

Uno degli elementi evidenziati durante l'audizione riguarda il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza. Secondo i dati del Nuovo Sistema di Garanzia relativi al 2023, il Veneto ha registrato il punteggio complessivo più elevato tra le quattro Regioni interessate dall'autonomia differenziata, seguito da Piemonte e Lombardia. La Liguria, invece, non ha raggiunto la soglia minima prevista in una delle tre macroaree di valutazione, risultando inadempiente.

Per Gimbe questi dati dimostrano come le Regioni che oggi richiedono le medesime competenze aggiuntive partano in realtà da condizioni molto differenti sotto il profilo delle performance assistenziali. "Prima di attribuire nuove competenze occorre garantire che i diritti già previsti siano realmente esigibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale", ha osservato Cartabellotta.

Mobilità sanitaria e capacità di attrazione

Anche la mobilità sanitaria racconta un'Italia a velocità diverse. Nel 2023 la Lombardia ha registrato un saldo positivo di oltre 645 milioni di euro, mentre il Veneto ha superato i 212 milioni. Piemonte e Liguria hanno invece evidenziato saldi negativi rispettivamente di circa 21 e 74 milioni di euro.

Si tratta di un indicatore che misura la capacità di attrarre pazienti provenienti da altre Regioni e che viene spesso considerato una delle cartine di tornasole della qualità percepita dei servizi sanitari. Secondo Gimbe, la presenza di situazioni così differenti rende difficile immaginare che le stesse soluzioni organizzative possano produrre effetti analoghi in contesti regionali profondamente diversi.

Liste d'attesa e rinuncia alle cure

Tra gli indicatori richiamati dalla Fondazione vi è anche la rinuncia alle prestazioni sanitarie. Nel 2024 ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami il 10,3% dei cittadini lombardi, il 10,1% dei liguri, il 9,2% dei piemontesi e il 7,9% dei veneti.

Per Gimbe questo fenomeno rappresenta uno degli indicatori più significativi delle difficoltà di accesso ai servizi sanitari e delle conseguenze delle liste d’attesa. "Se milioni di cittadini rinunciano alle cure", sostiene la Fondazione, "significa che i diritti garantiti sulla carta non sempre riescono a tradursi in prestazioni effettivamente accessibili".

Il nodo del personale sanitario

Un altro elemento di forte differenziazione riguarda la disponibilità di professionisti. Particolarmente evidente è la variabilità nella presenza di infermieri dipendenti del Servizio sanitario regionale. Si passa infatti da 6,86 infermieri ogni mille abitanti in Liguria a 3,80 in Lombardia.

Persistono inoltre criticità nella copertura del fabbisogno di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, tema che continua ad alimentare il dibattito nazionale sulla riorganizzazione dell'assistenza territoriale. Secondo Gimbe, ulteriori margini di autonomia nella gestione del personale potrebbero accentuare la competizione tra Regioni se non accompagnati da adeguati meccanismi di garanzia.

La richiesta: prima i LEP, poi l'autonomia

Alla luce di queste differenze, la Fondazione ha chiesto una sospensione dell'iter o una moratoria che consenta di completare il quadro delle garanzie previste dalla legge. La richiesta è quella di procedere innanzitutto alla definizione dei LEP sanitari, alla quantificazione delle risorse necessarie per garantirli e all'istituzione di un sistema nazionale di monitoraggio degli effetti delle nuove competenze.

Il tema, secondo Gimbe, non riguarda tanto il principio dell'autonomia differenziata quanto la capacità del sistema di evitare che le differenze già esistenti tra le Regioni possano tradursi in ulteriori disuguaglianze nell'accesso alle cure. Una posizione che richiama anche le recenti sentenze della Corte costituzionale, le quali hanno sottolineato la necessità di istruttorie puntuali e di adeguate garanzie per assicurare uniformità dei diritti sull'intero territorio nazionale prima di procedere con il trasferimento di nuove funzioni.

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