
A due giorni dalla firma dell'accordo nazionale che disciplina la presenza dei medici di medicina generale nelle Case di Comunità, il confronto sindacale comincia già a spostarsi dal livello nazionale a quello regionale. A segnalarlo è la presa di posizione della FIMMG Piemonte, che interviene per ribadire le ragioni che hanno portato il principale sindacato dei medici di famiglia a sottoscrivere l'intesa raggiunta con Sisac e Regioni.
Secondo la segreteria piemontese, la firma rappresenta una scelta di responsabilità necessaria per consentire l'avvio operativo delle 1.038 Case di Comunità previste dal PNRR senza compromettere il finanziamento del Servizio sanitario nazionale.
"Firmare significa essere protagonisti"
Nel comunicato diffuso oggi, FIMMG Piemonte sostiene che la sottoscrizione dell'accordo consente ai medici di medicina generale di continuare a partecipare ai tavoli nei quali saranno definite le future condizioni di lavoro.
"Firmare vuol dire essere protagonisti dentro il processo decisionale, per governarlo al meglio e non subirlo con imposizioni dall'esterno", afferma il sindacato. Al contrario, prosegue la nota, rinunciare alla firma avrebbe significato "chiamarsi fuori" dal confronto e subire inevitabilmente decisioni assunte da altri.
Una posizione che riprende la linea già espressa dalla FIMMG nazionale nei giorni successivi alla firma dell'accordo.
Dalla firma nazionale all'attuazione territoriale
L'intervento della sezione piemontese rappresenta però anche il segnale di un passaggio di fase. Se fino al 23 giugno il confronto si era concentrato sulla trattativa nazionale e sull'opportunità o meno di sottoscrivere l'accordo, da oggi il dibattito sembra spostarsi progressivamente sul terreno della sua applicazione nelle diverse realtà regionali.
Una dinamica già emersa nelle ultime ore anche in Veneto, dove lo SMI ha scelto di firmare l'Accordo integrativo regionale pur confermando la contrarietà all'accordo nazionale. In quel caso il sindacato ha motivato la propria decisione sottolineando come l'intesa regionale preveda la partecipazione volontaria dei medici alle attività delle Case di Comunità, a differenza dell'obbligo fino a sei ore settimanali introdotto dall'Accordo collettivo nazionale.
La partita si gioca ora sui territori
Le prese di posizione che arrivano dalle organizzazioni regionali suggeriscono che il confronto stia entrando in una nuova fase. Definita la cornice nazionale, saranno infatti gli accordi integrativi regionali e le successive intese aziendali a tradurre concretamente il nuovo modello organizzativo.
È su questo livello che si misureranno le diverse interpretazioni dell'accordo e le modalità con cui le Case di Comunità verranno effettivamente organizzate sul territorio. Un'evoluzione che rende prevedibile un crescente protagonismo delle articolazioni regionali dei sindacati, chiamate a confrontarsi con le specificità organizzative delle singole Regioni e con l'attuazione concreta della riforma.




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