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Piani pandemici regionali, uno studio: ancora carenze su inclusività e gestione della disinformazione

Una ricerca dell'Università di Pisa evidenzia i limiti dei documenti regionali: comunicazione ancora troppo istituzionale, scarsa attenzione alle fasce vulnerabili e all'infodemia.
Sanità regionale

I piani pandemici regionali italiani hanno compiuto passi avanti rispetto agli anni dell'emergenza Covid, ma presentano ancora importanti margini di miglioramento nella comunicazione del rischio. A sostenerlo è uno studio dell'Università di Pisa, pubblicato sulla rivista BMC Public Health, che ha confrontato i documenti adottati dalle Regioni con le più recenti evidenze scientifiche internazionali in materia di comunicazione durante le emergenze sanitarie.

L'analisi, realizzata nell'ambito del progetto CreSP finanziato dal Ministero della Salute, individua tre aspetti sui quali il sistema appare ancora in ritardo: il coinvolgimento delle fasce più vulnerabili della popolazione, la partecipazione attiva dei cittadini e il contrasto strutturato alla disinformazione.

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Comunicazione ancora troppo unidirezionale

Secondo i ricercatori, molti piani regionali continuano a concepire la comunicazione come un flusso di informazioni che parte dalle istituzioni e arriva ai cittadini, lasciando poco spazio al confronto e all'ascolto delle comunità.

Un'impostazione che, osservano gli autori, rischia di penalizzare proprio le persone che avrebbero maggiore bisogno di informazioni accessibili: cittadini con basse competenze sanitarie, barriere linguistiche o limitato accesso agli strumenti digitali.

L'infodemia entra ancora poco nei piani regionali

Lo studio evidenzia inoltre come la gestione della disinformazione occupi ancora uno spazio marginale nei documenti analizzati, nonostante l'esperienza della pandemia abbia mostrato quanto la diffusione di informazioni errate possa influenzare il comportamento dei cittadini durante un'emergenza sanitaria.

Tra gli aspetti positivi, gli autori segnalano invece il progressivo passaggio verso modelli di comunicazione più flessibili, con la previsione di strutture dedicate al coordinamento delle informazioni e di messaggi differenziati per cittadini e operatori sanitari.

Dalla lezione del Covid alle future emergenze

Per la professoressa Caterina Rizzo, ordinario di Igiene generale e applicata all'Università di Pisa e coordinatrice dello studio, la preparazione alle future emergenze non può limitarsi agli aspetti clinici e organizzativi. "I risultati del nostro studio evidenziano l'urgenza di superare un modello di comunicazione puramente istituzionale e unidirezionale, che rischia di lasciare escluse le fasce più vulnerabili proprio nei momenti di maggiore criticità", afferma.

Secondo la ricercatrice, la gestione dell'infodemia, il monitoraggio delle informazioni che circolano tra i cittadini e il loro coinvolgimento attivo dovrebbero diventare componenti strutturali della preparedness sanitaria.

Lo studio riconosce anche i passi avanti compiuti a livello nazionale. Il Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico, adottato in Conferenza Stato-Regioni, introduce infatti un approccio più articolato alla comunicazione nelle emergenze, prevedendo strumenti specifici per l'inclusività, il contrasto alla disinformazione e il coinvolgimento delle comunità. La sfida, secondo gli autori, sarà tradurre questi principi in pratiche realmente diffuse anche a livello regionale.

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