
La bozza di decreto che recepisce l'AI Act introduce formazione obbligatoria sull'intelligenza artificiale per i professionisti sanitari. Per governare un cambiamento che, in parte, è già iniziato.
L'intelligenza artificiale entra ufficialmente nella formazione obbligatoria dei professionisti sanitari. È una delle novità contenute nella bozza del decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri per l'attuazione dell'AI Act europeo, che prevede una quota specifica dei crediti ECM dedicata all'alfabetizzazione e all'utilizzo dell'intelligenza artificiale in sanità.
A una prima lettura potrebbe sembrare una misura tecnica.
L'intelligenza artificiale non è più una prospettiva futura
Per anni il dibattito sull'IA in sanità si è concentrato sulle sue potenzialità future. Diagnostica assistita dagli algoritmi, medicina predittiva, supporto alle decisioni cliniche, gestione delle cronicità. La bozza del decreto parte invece da un presupposto diverso: l'intelligenza artificiale non è più una prospettiva da valutare, ma una realtà che sta già entrando nei processi di cura, nell'organizzazione dei servizi e nella gestione dei dati sanitari.
È per questo che il Governo sceglie di intervenire sulla formazione. Non per preparare i professionisti a qualcosa che arriverà tra dieci anni, ma per fornire strumenti adeguati a governare una trasformazione già in corso.
Molti professionisti la stanno già utilizzando
Esiste però un elemento che rende particolarmente interessante questa scelta. Mentre il legislatore introduce percorsi formativi obbligatori, molti professionisti sanitari hanno già iniziato a utilizzare strumenti di intelligenza artificiale nella propria attività quotidiana.
Non necessariamente per formulare diagnosi o decidere terapie, ma per consultare rapidamente documentazione scientifica, riassumere articoli, verificare informazioni, organizzare materiale informativo per i pazienti o approfondire aspetti clinici complessi. Si tratta spesso di utilizzi informali, nati dall'iniziativa dei singoli professionisti più che da programmi strutturati di formazione o da indicazioni delle organizzazioni sanitarie.
In questo senso, la norma sembra prendere atto di una realtà che si è sviluppata spontaneamente prima ancora che il sistema fosse in grado di governarla.
Il vero tema non è usare l'IA, ma saperla valutare
Per molto tempo il dibattito pubblico ha descritto l'intelligenza artificiale come una possibile alternativa al medico. La bozza del decreto adotta invece una prospettiva diversa.
Il principio richiamato più volte nel testo è che l'algoritmo deve supportare il professionista, non sostituirlo. Le decisioni cliniche restano affidate alle persone e la responsabilità finale continua a ricadere sul professionista sanitario.
Proprio per questo la formazione assume un ruolo centrale. Se il medico resta responsabile delle decisioni, deve essere anche in grado di comprendere come funziona uno strumento di intelligenza artificiale, quali sono i suoi limiti e in quali situazioni le indicazioni fornite debbano essere verificate criticamente.
La questione non è quindi imparare a utilizzare un chatbot o un software. La questione è acquisire le competenze necessarie per capire quando un sistema di IA sta fornendo un supporto utile e quando, invece, sta producendo una risposta plausibile ma potenzialmente errata.
Non solo clinici: formazione anche per i dirigenti
La bozza non riguarda soltanto il personale sanitario. Ad Agenas viene infatti affidato il compito di sviluppare percorsi formativi specifici destinati ai direttori generali, sanitari e amministrativi delle aziende del Servizio sanitario nazionale.
La scelta riflette un'altra consapevolezza: l'intelligenza artificiale non influenzerà soltanto la pratica clinica, ma anche l'organizzazione dei servizi, la programmazione sanitaria e la gestione delle risorse. In altre parole, non dovranno imparare a convivere con l'IA soltanto i professionisti che visitano i pazienti, ma anche coloro che saranno chiamati a decidere come integrarla nei processi assistenziali.
Dalle Case di Comunità alla sanità del futuro
Non è casuale che il decreto richiami esplicitamente anche gli investimenti del PNRR e i progetti di supporto alle cure primarie e alle Case di Comunità. Il fine consiste nel costruire sistemi in grado di assistere i professionisti nella gestione dei pazienti cronici e nella lettura di grandi quantità di dati clinici, lasciando però al medico la responsabilità finale delle decisioni.
Se questa visione riuscirà a tradursi nella pratica, l'intelligenza artificiale potrebbe diventare uno degli strumenti con cui affrontare alcune delle principali criticità della sanità italiana: l'invecchiamento della popolazione, la crescente prevalenza delle malattie croniche e la carenza di professionisti.
Prima ancora delle applicazioni tecnologiche, però, la bozza del decreto segnala un cambiamento culturale: l'intelligenza artificiale non viene più considerata una competenza opzionale o una curiosità per appassionati di innovazione. Sta diventando parte integrante del bagaglio professionale richiesto a chi opera nel sistema sanitario.
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