
Introduzione: il sesso biologico come determinante della vulnerabilità nell’Alzheimer
La malattia di Alzheimer (AD) rappresenta una sfida sanitaria globale e colpisce le donne più frequentemente degli uomini; le donne, infatti, presentano un rischio nel corso della vita circa doppio di sviluppare la malattia (1 donna su 5 rispetto a 1 uomo su 10).[1] Nonostante questa consolidata differenza epidemiologica, i meccanismi biologici alla base della maggiore suscettibilità femminile non sono ancora completamente chiariti.[2]
Le evidenze più recenti indicano che le donne presentano un maggiore carico di patologia tau e una più stretta associazione tra deposizione di amiloide e tau rispetto agli uomini, suggerendo l'esistenza di differenze sesso-specifiche nei meccanismi biologici alla base della patogenesi dell'AD.[1] Tali differenze non possono essere spiegate esclusivamente dalla maggiore aspettativa di vita femminile, ma riflettono la complessa interazione tra fattori genetici, endocrini e immunitari che contribuiscono a modulare la vulnerabilità alla malattia.[2]
In questo contesto, la medicina di precisione nell'AD richiede un'integrazione sistematica del sesso biologico come variabile per ottimizzare la diagnosi e orientare strategie terapeutiche sempre più personalizzate.[3]
Storia riproduttiva e invecchiamento cerebrale: la firma molecolare multi-omica del cervello femminile
Una delle evidenze più innovative presentate al congresso AAIC 2026 riguarda l’identificazione di una signature multi‑omica nel cortex prefrontale associata alla durata della vita riproduttiva femminile.[4] Lo studio in questione ha evidenziato che un numero maggiore di anni trascorsi tra menarca e menopausa si associa a un profilo molecolare specifico, denominato fattore 8, che integra informazioni relative a metilazione del DNA, a microRNA, alle modificazioni istoniche e all’ espressione genica.[4] Questo profilo è caratterizzato da una maggiore espressione di geni coinvolti nei processi vascolari e nella matrice extracellulare, mentre quelli meno espressi sono principalmente associati alla trasmissione sinaptica.[4] Sebbene il Factor 8 non spieghi direttamente il rapporto tra storia riproduttiva e declino cognitivo, sembra influenzarlo, risultando protettivo solo nelle donne con una vita riproduttiva più lunga.[4]
Questi risultati suggeriscono che la durata della vita riproduttiva possa contribuire a modulare processi molecolari associati alla resilienza cognitiva nelle donne.[4]
Tale evidenza si integra con studi di imaging che mostrano come la menopausa precoce sia associata a un carico di patologia tau superiore.[2]
Propagazione della patologia tau
A supporto delle evidenze cliniche, uno studio preclinico presentato all'AAIC 2026 ha valutato l'influenza del sesso biologico sulla propagazione della patologia tau in un modello murino di taupatia.[5]
Dopo l'inoculo di tau patologica, le femmine hanno mostrato una maggiore propagazione della proteina, in particolare nella corteccia entorinale e nelle regioni posteriori dell'ippocampo.[5] Le analisi proteomiche hanno inoltre evidenziato una maggiore espressione di VMP1 nelle femmine giovani, che gli autori ipotizzano possa favorire la formazione degli autofagosomi e il successivo reclutamento della tau, mentre nei maschi è risultata più espressa ALIX, associata alla riparazione lisosomiale.[5] Questi risultati suggeriscono l'esistenza di meccanismi biologici sesso-specifici che potrebbero contribuire alla diversa diffusione della patologia tau.[5]
Impatto dei fattori genetici e interazione con il sesso biologico
Il ruolo dei fattori genetici nella vulnerabilità alla malattia di Alzheimer è stato ulteriormente approfondito all’AAIC 2026.
L’allele APOE ε4, principale fattore di rischio genetico per la forma sporadica della malattia, esercita un impatto particolarmente marcato nelle donne tra i 65 e i 75 anni, con accumulo di amiloide più accelerato e livelli di p‑tau superiori rispetto agli uomini.[2] Oltre ad APOE ε4, sono state descritte associazioni genetiche sesso-specifiche, tra cui quella tra la patologia amiloide e alcuni membri della famiglia SERPINB (SERPINB1 e SERPINB6), osservata esclusivamente nelle donne.[2]
In questo contesto si inseriscono anche i risultati presentati all'AAIC 2026, che mostrano come, in un modello murino, il sesso biologico, il genotipo APOE e l'invecchiamento interagiscano nel modulare l'omeostasi del colesterolo e il funzionamento del sistema endolisosomiale.[6] In particolare, le femmine portatrici di APOE4 hanno mostrato alterazioni sesso-specifiche del traffico intracellulare del colesterolo, con una marcata disfunzione del compartimento lisosomiale nelle fasi più avanzate dell'età.[6] Nel complesso, questi risultati suggeriscono che l'interazione tra sesso biologico e APOE4 possa contribuire ad alterare l'omeostasi del colesterolo cerebrale e rappresentare uno dei meccanismi coinvolti nell'aumentato rischio di malattia associato ad APOE4, soprattutto nelle femmine.[6]
Biomarcatori nei biofluidi: verso un’interpretazione sesso‑specifica
L’impiego dei biomarcatori nel plasma e nel CSF ha evidenziato come il sesso biologico influenzi non solo la concentrazione delle proteine coinvolte nella malattia di Alzheimer, ma anche la loro associazione con i parametri clinici.[3] In particolare, bassi livelli di Aβ42 nel CSF sono associati a una riduzione delle prestazioni di memoria in modo più marcato nelle donne rispetto agli uomini.[3] Analogamente, nel plasma, una riduzione di Aβ42 è stata collegata a un declino annuale della memoria esclusivamente nella popolazione femminile.[3] Anche per i biomarcatori della tau fosforilata, come p‑tau181 e p‑tau217, sono state descritte differenze legate al sesso.[3] Nelle persone con malattia di Alzheimer autosomica dominante, è stata osservata un'interazione tra sesso e p-tau217 sulle prestazioni cognitive globali e della memoria nei portatori di mutazione cognitivamente indenni: le donne hanno mostrato risultati migliori rispetto agli uomini.[3] Tale effetto non è stato osservato nei non portatori della mutazione, suggerendo una possibile resilienza cognitiva sesso-specifica nelle donne nelle fasi precoci dell'accumulo di p-tau217 plasmatico.[3] Nel complesso, queste evidenze sottolineano l'importanza di considerare il sesso biologico nell'interpretazione dei biomarcatori e rafforzano la necessità di sviluppare strategie diagnostiche sempre più personalizzate nell'ambito della medicina di precisione per la malattia di Alzheimer.[3]
Neuroinfiammazione e regolazione immunitaria: il ruolo degli estrogeni
La neuroinfiammazione rappresenta uno dei principali meccanismi biologici attraverso cui il sesso biologico può influenzare la vulnerabilità alla malattia di Alzheimer.[2] Le donne presentano livelli plasmatici superiori di GFAP, indicativi di maggiore reattività astrocitaria.[1] Inoltre, studi sperimentali suggeriscono una più stretta associazione tra attivazione microgliale e deposizione di tau alla PET.[2] La menopausa rappresenta un momento critico di questa vulnerabilità biologica. Il rapido calo degli estrogeni altera infatti la regolazione immunitaria e il metabolismo cerebrale: gli estrogeni modulano microglia e astrociti attraverso i recettori ERα ed ERβ, riducendo la produzione di citochine pro‑infiammatorie e favorendo la clearance dell’amiloide.[2] La riduzione dell’estradiolo si associa inoltre a un minore utilizzo del glucosio da parte del cervello e a un maggior ricorso ai lipidi della mielina come fonte energetica, un processo che può contribuire all'alterazione della sostanza bianca e aumentare la vulnerabilità ai processi neurodegenerativi.[2]
Modelli sperimentali hanno mostrato che la perdita di estrogeni induce insulino-resistenza, aumento delle citochine infiammatorie (TNF-α, IL-6, CXCL1 e IL-5) e riduzione dell'attività della colina acetiltransferasi, suggerendo che questi cambiamenti possano contribuire ai meccanismi che collegano alterazioni metaboliche, infiammazione e patologia di Alzheimer.[7]
Le evidenze presentate all'AAIC 2026 confermano che il sesso biologico rappresenta una variabile fondamentale nella patogenesi della malattia di Alzheimer e influenza molteplici aspetti della malattia, dalla vulnerabilità biologica ai meccanismi molecolari, fino all'interpretazione dei biomarcatori.[2-6] I dati discussi mostrano come fattori endocrini, genetici, immunitari e metabolici interagiscano in modo differente nelle donne e negli uomini, contribuendo a determinare traiettorie di malattia distinte.[2,4-7] Sebbene molti dei risultati presentati richiedano ancora conferme in studi longitudinali e in popolazioni più ampie, emerge con sempre maggiore chiarezza la necessità di integrare sistematicamente il sesso biologico nella ricerca traslazionale, nello sviluppo dei biomarcatori e nella progettazione degli studi clinici.[2,3] In questa prospettiva, la medicina di precisione per la malattia di Alzheimer non potrà prescindere da un approccio capace di considerare le differenze biologiche tra donne e uomini come parte integrante dei processi diagnostici, prognostici e terapeutici.[2,3]
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