
Tra le mani c'è il trofeo degli US Open, conquistato dopo una straordinaria cavalcata culminata nella finale vinta contro Ben Shelton. Eppure, il momento più intenso sull'Arthur Ashe Stadium non coincide con l'istante della vittoria. Arriva subito dopo, quando Alexander Zverev prende la parola e rivolge il pensiero a sua madre Irina. È a lei che dedica quel trionfo, perché la partita più importante della sua vita era cominciata molti anni prima, lontano dai campi da tennis. La vittoria più grande, infatti, non è quella conquistata a New York, ma quella di non essersi lasciato fermare da una diagnosi.
Aveva quattro anni quando gli fu diagnosticato il diabete di tipo 1 e i medici prospettarono alla sua famiglia una vita nella quale lo sport avrebbe avuto uno spazio molto limitato. Sua madre Irina, però, si rifiutò di lasciare che quella diagnosi decidesse il futuro del figlio. «Mio figlio sarà chiunque voglia essere. Se vuole fare il tennista, farà il tennista», aveva detto. Parole che oggi suonano profetiche.
Dopo aver battuto Ben Shelton nella finale degli US Open 2026, conquistando il secondo titolo del Grande Slam della stagione dopo il Roland Garros, il campione tedesco ha trasformato la cerimonia di premiazione in un omaggio alla donna che, per prima, aveva scelto di non considerare il diabete un confine invalicabile.
La promessa di una madre diventata realtà
«Quando a tuo figlio di quattro anni viene diagnosticato il diabete e i medici ti dicono che la vita e lo sport saranno molto, molto limitati, ci vuole una madre molto forte per uscire da quell’ambulatorio e dire: mio figlio sarà chiunque voglia essere, questa malattia non ci fermerà», ha raccontato Zverev.
Quella frase è diventata il pilastro di una carriera costruita ai massimi livelli dello sport internazionale. Ma parla anche alle famiglie che si trovano ad affrontare la diagnosi di diabete tipo 1 in un bambino: la malattia richiede attenzione, terapia e monitoraggio costanti però non deve essere considerata automaticamente una rinuncia ai propri progetti. A rendere possibile questo percorso contribuiscono il sostegno della famiglia, il lavoro dei medici e i progressi compiuti nelle terapie e nei sistemi per il controllo della glicemia. È proprio l’insieme di questi elementi che permette oggi a molte persone con diabete di praticare attività fisica, anche ad alto livello, gestendo la propria condizione.
Buzzetti: «Il diabete non è un soffitto di cristallo»
«La storia di Sasha Zverev e di sua madre Irina è la fotografia più bella di ciò che la Società italiana di diabetologia sostiene da anni: il diabete tipo 1 è una condizione con cui si può correre, vincere, arrivare ovunque. Non è un soffitto di cristallo da cui farsi sovrastare», commenta Raffaella Buzzetti, presidente della Società italiana di diabetologia (SID) – Le parole di questa mamma dovrebbero essere scritte nella sala d’attesa di ogni centro di diabetologia pediatrica in Italia, perché la paura della diagnosi non diventi mai la misura della vita di un bambino».
La vicenda di Zverev, dunque, non rappresenta soltanto la storia eccezionale di un atleta capace di vincere ai vertici del tennis mondiale. Ricorda anche quanto l’attività fisica possa diventare una componente essenziale del trattamento delle malattie croniche, a cominciare dal diabete. L’esercizio non è soltanto una scelta legata alla forma fisica o al tempo libero, ma uno strumento che può concorrere alla tutela della salute.
Quando il movimento entra nella cura
Questo principio è arrivato anche in Parlamento. Il Ddl 287, presentato per iniziativa della senatrice Daniela Sbrollini, punta a introdurre l’esercizio fisico come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio sanitario nazionale. L’iter del provvedimento, non è ancora legge, risulta tuttora in corso in Commissione al Senato. L’obiettivo è superare il generico invito a «fare più movimento» e riconoscere programmi di esercizio fisico strutturato, calibrati sulle condizioni della persona, come parte dei percorsi di prevenzione e cura. Nel lavoro parlamentare il Ddl 287 è confluito con il Ddl 1231 in un testo unificato ancora all’esame della Commissione Affari sociali e sanità. «La vittoria di Zverev dimostra ancora una volta che una persona con diabete di tipo 1 può competere e vincere ai massimi livelli dello sport mondiale», ha commentato la parlamentare. Se il percorso legislativo arriverà a compimento secondo l’impostazione proposta, l’attività motoria potrà essere riconosciuta formalmente come strumento per prevenire e trattare le malattie croniche non trasmissibili, affidandone la prescrizione a personale medico qualificato. Tra gli aspetti prospettati figura anche la possibilità di prevedere agevolazioni fiscali per le spese sostenute.
«Non un consiglio generico, ma una prescrizione vera»
«Il Ddl 287 va esattamente nella direzione che la comunità diabetologica chiede da tempo: trattare l’attività fisica strutturata non come un consiglio generico di buon senso, ma come una prescrizione vera e propria, con pari dignità rispetto a un farmaco», sottolinea Buzzetti. «Chi vive con il diabete lo sa bene: l’attività fisica strutturata abbassa la glicemia, protegge il cuore e i reni, allunga e migliora la vita. Riconoscerla per legge significa finalmente allineare la sanità pubblica a ciò che la scienza dimostra da decenni», aggiunge la professoressa. Dalla frase pronunciata da una madre davanti alla diagnosi del figlio alla proposta di portare l’esercizio fisico nei percorsi del Servizio sanitario, il messaggio resta lo stesso: il diabete richiede cure e consapevolezza, ma non deve diventare la misura delle possibilità di una persona. E la racchetta alzata da Zverev a New York ne ha fissato un’immagine reale nel modo più potente.




Ogni giorno pubblichiamo per te tanti contenuti e li organizziamo perchè tu possa sempre trovare ciò che vuoi.