
Il consumo quotidiano di alcol diminuisce, ma non scompaiono i comportamenti pericolosi per la salute. In Italia oltre 8 milioni di persone presentano modalità di consumo a rischio, mentre circa 730mila hanno consumi dannosi che richiedono attenzione terapeutica. È il quadro delineato dalla Relazione del ministro della Salute al Parlamento, relativa agli interventi realizzati nel 2025 in attuazione della legge 125/2001, sulla base dei dati epidemiologici del 2024.
Il documento evidenzia una trasformazione delle abitudini degli italiani: si beve meno frequentemente ogni giorno, ma aumentano il consumo occasionale e quello fuori dai pasti. Una tendenza che impone di riconsiderare gli strumenti della prevenzione, soprattutto nelle fasce di popolazione più vulnerabili.
Cambiano le abitudini, persistono i rischi
Secondo i dati Istat riportati nella relazione, nel 2024 il 66,6% della popolazione di almeno 11 anni ha consumato bevande alcoliche, contro il 67,3% dell'anno precedente. Il consumo quotidiano è sceso dal 18,4% al 17%, mentre quello occasionale è salito dal 48,9% al 49,6% e quello fuori pasto dal 32,4% al 33,2%.
Il cambiamento interessa in particolare le donne. Nell'ultimo decennio è aumentata sensibilmente la quota delle consumatrici occasionali e di quelle che bevono alcolici fuori dai pasti. Parallelamente, il consumo a rischio continua a interessare una parte consistente della popolazione maschile.
L'Istituto superiore di sanità stima che nel 2024 circa 8,2 milioni di persone non abbiano rispettato le raccomandazioni di salute pubblica sul consumo di alcol: 5,7 milioni di uomini e 2,5 milioni di donne.
La definizione di consumo a rischio comprende situazioni differenti, dal superamento delle quantità giornaliere raccomandate agli episodi di binge drinking. Per i minorenni, l'indicatore considera a rischio anche il consumo di una sola bevanda alcolica nell'anno. Non si tratta quindi, in tutti i casi, di persone con una dipendenza o una patologia già diagnosticata.
Giovani e anziani, due vulnerabilità differenti
Particolarmente delicata è la situazione degli adolescenti. Tra i 16 e i 17 anni presenta comportamenti di consumo a rischio il 34,5% dei ragazzi e il 29,7% delle ragazze. Le differenze tra i sessi, molto più evidenti nelle età adulte, tendono a ridursi nella popolazione minorenne.
Nella fascia tra i 18 e i 24 anni cresce inoltre il consumo a rischio tra le giovani donne, passato dall'11,2% del 2023 al 12,9% del 2024. La relazione richiama anche la diffusione del consumo fuori pasto tra gli 11 e i 24 anni, un'abitudine che riguarda più di un giovane su quattro.
Ma la prevenzione non può concentrarsi esclusivamente sulle nuove generazioni. Nel 2024 oltre 2,4 milioni di persone con almeno 65 anni hanno adottato almeno un comportamento di consumo a rischio, pari al 29,3% degli uomini e al 7,5% delle donne di questa fascia d'età.
Negli anziani prevale il consumo abituale eccedentario, spesso favorito dalla scarsa consapevolezza dei rischi. Con l'età diminuisce la capacità dell'organismo di metabolizzare l'alcol e aumenta la possibilità di interazioni con i farmaci assunti per patologie croniche. Il documento richiama così l'attenzione anche su comportamenti socialmente consolidati, che possono essere percepiti come innocui proprio perché abituali.
Il problema della presa in carico
La relazione distingue i consumatori a rischio dalle persone con consumo dannoso, una condizione associata a conseguenze negative sulla salute fisica e mentale. Nel 2024 queste ultime erano stimate in circa 730mila, di cui 480mila uomini e 250mila donne.
Si tratta, secondo il Ministero, di persone che necessitano di un intervento terapeutico e che possono essere prese in carico dai servizi territoriali.
Nello stesso anno il nuovo sistema informativo SIND Alcol ha registrato 42.224 utenti trattati presso i servizi dedicati ai problemi alcolcorrelati. Il 46% era costituito da persone già in carico o rientrate in trattamento, l'11,3% da nuovi utenti e il 42,7% da soggetti che si erano rivolti ai servizi senza una formale presa in carico.
Il confronto tra la stima epidemiologica dei consumatori dannosi e gli utenti registrati non consente di quantificare direttamente le persone prive di assistenza: le due rilevazioni hanno caratteristiche differenti. Evidenzia tuttavia la rilevanza del problema dell'identificazione precoce e dell'accesso ai percorsi terapeutici.
Anche il profilo anagrafico degli utenti offre un elemento di riflessione. Il 72,8% delle persone trattate ha un'età compresa tra 30 e 59 anni, mentre gli under 30 rappresentano soltanto il 6%. Un dato che richiama l'importanza di raggiungere i soggetti più giovani prima che i comportamenti problematici si consolidino.
Il peso sull'assistenza ospedaliera
Le conseguenze del consumo di alcol si riflettono anche sull'attività ospedaliera. Nel 2024 sono stati registrati 42.038 accessi al pronto soccorso con una diagnosi principale o secondaria totalmente attribuibile all'alcol, il 68% dei quali riguardava uomini.
Le schede di dimissione ospedaliera riportano inoltre 46.320 dimissioni con diagnosi principale o secondaria attribuibile all'alcol, in diminuzione del 3% rispetto al 2023. Nel 57% dei casi erano presenti patologie epatiche croniche, tra cui steatosi, epatite e cirrosi. Seguivano le sindromi da dipendenza alcolica e le condizioni legate all'abuso di alcol.
Il documento segnala anche una riduzione del 6,4% del consumo di medicinali per il trattamento della dipendenza alcolica a carico del SSN rispetto al 2023. Il Ministero indica tra le possibili spiegazioni una minore presa in carico oppure un maggiore ricorso a interventi psicologici, senza attribuire con certezza la diminuzione all'una o all'altra causa.
Prevenzione, la risposta deve coinvolgere più servizi
Sul piano istituzionale, la relazione richiama il lavoro svolto nel 2025 per elaborare le linee di indirizzo sull'identificazione precoce dei segnali predittivi di dipendenza patologica. La bozza conclusiva è stata definita dal tavolo tecnico ministeriale nel dicembre 2025, mentre l'iter di adozione attraverso la Conferenza Unificata risultava ancora da completare al momento della redazione del documento.
L'impostazione proposta punta a integrare servizi sanitari, strutture accreditate, ambiti socioeducativi, Terzo settore e associazioni di auto mutuo aiuto. L'obiettivo è intervenire prima che i comportamenti rischiosi evolvano in condizioni patologiche. La relazione ribadisce inoltre il rapporto tra consumo di alcol e rischio oncologico, ricordando che non esiste una quantità considerata sicura rispetto allo sviluppo di tumori.
Il quadro complessivo indica dunque una priorità di salute pubblica che va oltre la riduzione dei consumi medi. Intercettare precocemente i comportamenti a rischio, superare la sottovalutazione culturale dell'alcol e favorire l'accesso ai servizi sono le condizioni per trasformare la prevenzione in una risposta sanitaria effettiva.




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