
Il morbillo torna a crescere in Italia e oltre nove casi su dieci tra quelli di cui si conosce lo stato vaccinale riguardano persone non vaccinate. A preoccupare non sono soltanto i bambini: nel 2026 la maggior parte delle segnalazioni si concentra tra i 15 e i 39 anni. Il Ministero della Salute chiede ora di rafforzare il recupero degli immunizzati incompleti e indica esplicitamente medici di famiglia e pediatri tra i protagonisti della strategia.
La circolare ministeriale sull'andamento epidemiologico del morbillo tra il 2024 e il 2026 fotografa infatti una ripresa della circolazione del virus dopo il parziale arretramento osservato lo scorso anno. Nei primi cinque mesi del 2026 sono stati registrati 472 casi confermati, contro i 322 dello stesso periodo del 2025. Considerando anche i casi possibili e probabili, le segnalazioni salgono a 609, con un incremento del 78,1% rispetto all'anno precedente.
Il 93,3% dei casi noti riguarda persone non vaccinate
Il dato più significativo riguarda lo stato vaccinale. Tra i casi del 2026 per i quali l'informazione è disponibile, il 93,3% riguarda persone non vaccinate.
Il fenomeno interessa soprattutto i giovani adulti. Dei casi segnalati quest'anno, 345 riguardano persone tra 15 e 39 anni, 124 la fascia 40-64 anni e 98 i bambini fino a quattro anni. Proprio tra i 15 e i 39 anni, il 94,7% dei casi con stato vaccinale conosciuto riguarda persone non vaccinate. Resta particolarmente elevata l'incidenza nei bambini più piccoli, ma la distribuzione per età mostra come il problema del recupero vaccinale non possa essere confinato all'età pediatrica.
Le coperture confermano la criticità. Nessuna Regione o Provincia autonoma raggiunge per la seconda dose la soglia del 95% indicata per interrompere la trasmissione del morbillo. A livello nazionale la copertura registrata nel 2024 si ferma all'84,45%, contro il 94,77% raggiunto con la prima dose.
Il Ministero: recuperare chi non ha completato la vaccinazione
Da qui le raccomandazioni operative. Il Ministero chiede di "promuovere campagne vaccinali mirate, con particolare attenzione ai giovani adulti non vaccinati e alle categorie ad alto rischio" e di rafforzare le attività di recupero per completare la seconda dose. Ma la circolare contiene anche un'indicazione che riguarda direttamente l'assistenza territoriale. Le attività di comunicazione del rischio rivolte alla popolazione dovranno essere sviluppate, scrive il Ministero, con il "coinvolgimento strutturato di MMG e PLS".
È un'indicazione che apre una questione più ampia sul ruolo del medico che conosce la storia clinica del proprio assistito: la promozione vaccinale può limitarsi a rispondere alla richiesta del cittadino o deve diventare sempre più proattiva?
Non si tratta di attribuire a medici di famiglia e pediatri la responsabilità delle coperture insufficienti. Si tratta piuttosto di capire quale contributo possano dare nell'individuazione delle persone con un percorso vaccinale incompleto o che, per età, condizioni cliniche o fattori di rischio, necessitano di una valutazione specifica.
Dal consiglio alla prevenzione attiva
È un passaggio che va oltre il morbillo. La crescente disponibilità digitale della storia sanitaria e vaccinale può rendere più semplice ricostruire il percorso preventivo del singolo assistito e individuare eventuali lacune.
Il medico di famiglia può così diventare non soltanto il professionista al quale il cittadino chiede se sia opportuno vaccinarsi, ma uno dei soggetti capaci di intercettare chi potrebbe avere bisogno di completare o aggiornare il proprio percorso vaccinale.
Un modello del genere richiede però condizioni precise: informazioni complete e aggiornate, strumenti realmente accessibili, organizzazione dei servizi e un collegamento efficace con i centri vaccinali. Il richiamo al ruolo di MMG e PLS non può quindi tradursi semplicemente nell'aggiunta di un nuovo compito individuale.
La stessa circolare insiste sulla necessità di "attività di formazione strutturata degli operatori sanitari" sulle competenze comunicative in ambito vaccinale. Promuovere l'adesione non significa infatti soltanto rendere disponibile un vaccino. Significa anche individuare chi ne ha bisogno e affrontare dubbi, esitazioni e informazioni scorrette nel rapporto diretto con il paziente.
Morbillo tra gli operatori sanitari: quasi nove su dieci non vaccinati
Il documento segnala infine un'altra criticità. Nel 2026 sono stati individuati 55 casi di morbillo tra gli operatori sanitari sui 417 casi per i quali è nota la professione. Tra i 45 operatori dei quali si conosce anche lo stato vaccinale, 40 risultano non vaccinati, pari all'88,9%.
Il Ministero parla di un "significativo coinvolgimento del setting sanitario nella dinamica di trasmissione" e ricorda il rischio di acquisizione e diffusione del morbillo in ambito assistenziale quando le coperture vaccinali sono insufficienti o non documentate.
Per gli operatori sanitari viene quindi raccomandato un intervento specifico: "verifica dello stato immunitario, offerta attiva della vaccinazione, eventuale screening sierologico".
Il ritorno del morbillo pone dunque un problema che non riguarda soltanto la disponibilità dei vaccini. La sfida è intercettare le persone ancora suscettibili prima che sia un contagio a rivelare una protezione assente o incompleta. E nella strategia indicata dal Ministero, medici di famiglia e pediatri sono chiamati ad avere un ruolo sempre meno occasionale.




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