
Quasi tutte le Regioni italiane risultano adempienti nell'erogazione dei Livelli essenziali di assistenza. Eppure nel 2024 circa 5,8 milioni di persone hanno rinunciato almeno a una visita o a un accertamento diagnostico di cui avevano bisogno. Due dati che pongono una domanda: una prestazione può considerarsi realmente garantita se il cittadino, nella pratica, non riesce ad accedervi?
A sollevare la questione è la Fondazione Gimbe, che ha analizzato il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), lo strumento utilizzato dal 2020 per monitorare l'erogazione dei Lea da parte delle Regioni e delle Province autonome.
"Se nel 2024 quasi tutte le Regioni vengono 'promosse' mentre aumentano la spesa privata e le rinunce alle prestazioni sanitarie, non possiamo concludere che la sanità sia improvvisamente migliorata", osserva il presidente della Fondazione Nino Cartabellotta. Il problema, secondo Gimbe, è che la pagella ministeriale avrebbe "una capacità molto limitata nel misurare l'effettiva esigibilità dei Lea da parte dei cittadini".
Quasi tutte le Regioni promosse, ma cresce la rinuncia alle cure
Il Nuovo Sistema di Garanzia valuta l'assistenza sanitaria attraverso tre grandi aree: prevenzione, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Nell'ultima rilevazione, riferita al 2024, quasi tutte le Regioni hanno raggiunto la soglia prevista nelle tre aree.
Le eccezioni sono la Calabria per l'assistenza distrettuale e la Provincia autonoma di Bolzano e la Sicilia per la prevenzione. Nel 2023 le realtà che non raggiungevano la sufficienza in almeno un'area erano otto.
Ma nello stesso periodo gli indicatori relativi all'accesso alle prestazioni raccontano una dinamica diversa. Secondo l'Istat, tra il 2023 e il 2024 la quota di popolazione che ha rinunciato a visite o accertamenti è passata dal 7,6% al 9,9%, arrivando a circa 5,8 milioni di persone.
La causa più frequente sono le liste d'attesa: nel 2024 ha dichiarato di aver rinunciato per questo motivo il 6,8% della popolazione. Pesano anche le difficoltà economiche e quelle legate alla possibilità di raggiungere i servizi.
Il punto non è solo erogare una prestazione, ma renderla esigibile
È su questa distanza che Gimbe concentra la propria analisi. Il problema non sarebbe l'esistenza di un sistema nazionale di valutazione, ma la capacità degli indicatori utilizzati di rappresentare ciò che accade quando un cittadino prova concretamente a ottenere una prestazione prevista dal Servizio sanitario nazionale.
"La promozione formale non coincide con la garanzia per i cittadini di ottenere le prestazioni di cui hanno bisogno", sottolinea Cartabellotta.
Tempi di attesa, agende chiuse, difficoltà di prenotazione, distanza dai servizi e continuità assistenziale possono infatti determinare la possibilità concreta di accedere alle cure senza necessariamente emergere con la stessa evidenza dalla valutazione complessiva dei Lea.
La distinzione è sostanziale. Garantire formalmente una prestazione non significa necessariamente renderla disponibile al cittadino nel luogo e nei tempi in cui ne ha bisogno. E quando l'alternativa diventa attendere, rivolgersi al privato oppure rinunciare, la distanza tra diritto riconosciuto ed esercizio effettivo del diritto diventa un indicatore della tenuta del sistema.
Le differenze regionali non scompaiono
Anche la lettura territoriale cambia se si abbandona la semplice distinzione tra Regioni adempienti e inadempienti.
Secondo l'analisi Gimbe, sommando i risultati ottenuti nelle tre macroaree del NSG le differenze rimangono marcate. Nelle prime dieci posizioni si trovano sette Regioni del Nord, due del Centro e una del Sud, la Puglia. Nelle ultime sette, con l'eccezione della Provincia autonoma di Bolzano, si collocano invece Regioni del Mezzogiorno.
C'è poi un secondo elemento: una stessa Regione può ottenere risultati molto differenti tra prevenzione, territorio e ospedale. Superare la soglia minima nelle tre aree non significa quindi necessariamente disporre di un sistema sanitario omogeneo nelle sue diverse componenti.
Per Gimbe, anche per questo la soglia utilizzata per la sufficienza dovrebbe essere rivista e gli indicatori dovrebbero essere ampliati per rappresentare meglio l'effettiva accessibilità delle prestazioni.
Dalla garanzia dei Lea alla possibilità di ottenerli
La questione va quindi oltre le pagelle regionali. Il Nuovo Sistema di Garanzia misura aspetti essenziali dell'erogazione dell'assistenza, ma il dato sulla rinuncia alle cure pone il problema di affiancare alla misurazione dell'offerta quella dell'accessibilità reale.
Perché una prestazione prevista dai Lea può essere presente nel sistema sanitario, finanziata e formalmente disponibile. Ma se il cittadino non riesce a prenotarla in tempi compatibili con il proprio bisogno, deve sostenerne privatamente il costo oppure decide di rinunciarvi, la sua esigibilità diventa inevitabilmente parte della valutazione.
Ed è proprio su questo passaggio che Gimbe chiede di intervenire: non limitarsi a misurare se i Lea vengono erogati, ma verificare quanto il diritto alle cure riesca effettivamente a trasformarsi in una prestazione ricevuta dal cittadino.




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