La ricerca italiana può portare alla diagnosi precoce dell'Alzheimer e a rendere più efficaci le terapie cliniche attuali. Riuscire a diagnosticare precocemente l’Alzheimer è possibile. La predisposizione alla malattia inizia intorno ai 50 anni d’età, quando chi ne è soggetto sviluppa, simultaneamente, sia delle piccole perdite di memoria sia delle modificazioni della struttura dell’ippocampo, quella sezione del cervello che governa la memoria e che è coinvolta nello sviluppo dell’Alzheimer. Ad indagare il legame tra queste piccole lesioni cerebrali e i cali di attenzione, uno studio condotto dai ricercatori della Fondazione Santa Lucia di Roma e dall’Università Tor Vergata, pubblicato sulla rivista Neurology.
La ricerca ha analizzato un campione di 76 persone, tutte sane e di età compresa tra i 20 e gli 80 anni. I partecipanti hanno inizialmente hanno eseguito dei test per la misurazione della memoria, in un secondo momento sono stati sottoposti a una risonanza magnetica. Questo esame, unito alla Diffusion tensor imaging (DTI), consentiva di avere informazioni non solo sulla struttura cerebrale ma anche sulla microstruttura e, quindi sull’integrità delle fibre nervose che collegano le varie zone del cervello. “Dall’analisi – spiega il professor Giovanni Augusto Carlesimo del dipartimento di Neuroscienze dell’Università Tor Vergata di Roma – è emerso che la predisposizione alla malattia era maggiore in chi aveva dei cali di memoria e, simultaneamente, dei cambiamenti nell’ippocampo”.
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