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Studio italiano: Alzheimer, dipende dall’ippocampo possibile la diagnosi precoce

Psichiatria Tania Vuoso | 21/01/2010 14:31

La ricerca italiana può portare alla diagnosi precoce dell'Alzheimer e a rendere più efficaci le terapie cliniche attuali. Riuscire a diagnosticare precocemente l’Alzheimer è possibile. La predisposizione alla malattia inizia intorno ai 50 anni d’età, quando chi ne è soggetto sviluppa, simultaneamente, sia delle piccole perdite di memoria sia delle modificazioni della struttura dell’ippocampo, quella sezione del cervello che governa la memoria e che è coinvolta nello sviluppo dell’Alzheimer. Ad indagare il legame tra queste piccole lesioni cerebrali e i cali di attenzione, uno studio condotto dai ricercatori della Fondazione Santa Lucia di Roma e dall’Università Tor Vergata, pubblicato sulla rivista Neurology.

La ricerca ha analizzato un campione di 76 persone, tutte sane e di età compresa tra i 20 e gli 80 anni. I partecipanti hanno inizialmente hanno eseguito dei test per la misurazione della memoria, in un secondo momento sono stati sottoposti a una risonanza magnetica. Questo esame, unito alla Diffusion tensor imaging (DTI), consentiva di avere informazioni non solo sulla struttura cerebrale ma anche sulla microstruttura e, quindi sull’integrità delle fibre nervose che collegano le varie zone del cervello. “Dall’analisi – spiega il professor Giovanni Augusto Carlesimo del dipartimento di Neuroscienze dell’Università Tor Vergata di Roma – è emerso che la predisposizione alla malattia era maggiore in chi aveva dei cali di memoria e, simultaneamente, dei cambiamenti nell’ippocampo”.

“Identificare questo processo – commenta Carlesimo – consente di diagnosticare preventivamente la malattia. E quindi anche di intervenire in tempo con le moderne terapie cliniche. Oggi infatti esistono marcatori che consentono di individuare l’Alzheimer, ma i test come gli esami del liquido cerebrospinale e quelli per le alterazioni biologiche di alcune proteine, sono efficaci a diagnosticare la malattia solo quando è già conclamata”.

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Inoltre, DTI insieme e risonanza magnetica si sono rilevati strumenti utili a capire come e perché una persona ha cali della memoria e, in futuro, potrebbero distinguere processi di invecchiamento da quelli che coinvolgono il cervello che si ammala di Alzheimer. Lo studio però deve continuare. “Adesso – conclude il ricercatore – dobbiamo verificare con una nuova analisi la validità di questa metodologia ed eseguire una valutazione periodica su chi è ha partecipato all’analisi”. Non è la prima volta che si studiano le alterazioni anatomiche. Uno studio, pubblicato nel 2002 sempre su Neurology, aveva notato che il restringimento dell’ippocampo, inizia molto presto nelle persone che sviluppano il morbo di Alzheimer. Era uno studio durato 10 anni che aveva come campione 56 suore, di età compresa fra 75 e 102 anni, che avevano dato l’autorizzazione, al momento della morte, di rimuovere e studiare il loro cervello.

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