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Ernia del disco: nuova tecnica di decompressione

Ortopedia

Non è una novità assoluta, come segnala Pier Vittorio Nardi, direttore della Divisione di Neurochirurgia del Policlinico Casilino di Roma: «La decompressione per via percutanea si fa da anni, con vari metodi tutti mirati a ridurre il volume del disco: dal laser alla nucleoplastica, dalla lisi con radiofrequenza alla riduzione meccanica. È vero che è semplice, basta un'anestesia locale; ed è anche efficace, ma bisogna arrivarci comunque quando hanno fallito i farmaci e la fisioterapia». Stavolta lo studio che conferma la bontà dei risultati dell'intervento mini-invasivo arriva dall'università di Atene, in Grecia, dove Alexios Kelekis, un radiologo interventista, ha coinvolto 17 uomini e 14 donne (età media 36 anni) con una diagnosi confermata di ernia del disco e sciatica. Il ricercatore li ha divisi in due gruppi: il primo ha ricevuto un trattamento conservativo standard a base di farmaci antidolorifici, antinfiammatori e miorilassanti assunti per sei settimane; il secondo gruppo è stato sottoposto all'intervento per via percutanea, che consiste nell'inserire un ago nel disco erniato per sgonfiarlo, rimuovendo un po' di tessuto o dissolvendolo in loco attraverso l'uso di energia. Dopo tre, dodici e ventiquattro mesi dal trattamento, farmacologico o percutaneo, i pazienti di Kelekis sono stati rivalutati attentamente sia a livello clinico che attraverso un questionario che mirava a capire se e quanto il dolore fosse passato, le limitazioni nelle attività quotidiane eventualmente ancora presenti, la qualità della vita in generale. A tre mesi, stessi risultati in entrambi gruppi: calato il dolore, migliorate le capacità di movimento. Dopo un anno e due anni, però, si sono iniziate a notare le differenze: mentre i pazienti che avevano preso i farmaci pian piano tendevano a peggiorare di nuovo, chi era stato sottoposto alla decompressione per via percutanea continuava a migliorare. «A un anno dal trattamento chi aveva seguito la terapia conservativa era tornato ai livelli di dolore e limitazione funzionale iniziali – ha detto Kelekis –. “Sgonfiando” il disco si restituisce al nervo spinale lo spazio di cui ha bisogno, risolvendo anche nel lungo periodo l'irritazione delle radici spinali che è alla base dei dolori». In effetti si elimina fisicamente la causa del dolore; ma la procedura percutanea è davvero un'opzione buona sempre e per tutti? «Purtroppo nel nostro Paese si è stati un po' di manica larga e oggi viene praticata fin troppo spesso, anche quando non ce ne sarebbe l'indicazione – risponde Nardi –. Essendo in effetti molto facile da eseguire, è finita nelle mani di molti: non c'è dubbio che possa essere efficace, però non è la risposta giusta per tutte le situazioni. Ad esempio, non si dovrebbe fare se l'ernia è espulsa; inoltre, è un approccio utile soprattutto nei pazienti con meno di 50 anni, in cui il disco è elastico. Negli anziani con una stenosi del canale, ad esempio, la decompressione per via percutanea non serve, abbiamo altri metodi a disposizione per intervenire. Proprio l'ampiezza di possibilità terapeutiche sottolinea il messaggio principale su questo tema: abbiamo molte opportunità fra cui scegliere, non si deve offrire a tutti la stessa risposta. La decompressione percutanea è semplice, poco invasiva ed efficace sia a livello lombare che cervicale, lo hanno dimostrato già numerosi e ampi studi. Ma va usata nei pazienti giusti, non sempre e comunque», conclude Nardi.

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