
E' il risultato deludente delle ricerche, una statunitense e una europea, pubblicate nell'edizione online del New England Journal of Medicine. Entrambe giungono alla conclusione che il test del Psa riduce la mortalità per cancro alla prostata fino al 20%, ma è associato a un eccesso di diagnosi e a trattamenti invasivi inutili. Il presidente della Società americana per la ricerca sul cancro, Otis Brawley, non ha esitato a definirli ''fra gli studi più importanti nella storia della salute maschile''. Tuttavia non è detto che prevenzione e diagnosi del tumore della prostata debbano ripartire da zero: per Andrea Lenzi, andrologo dell'università di Roma La Sapienza, ''il test del Psa è un indicatore valido''. E' probabile, osserva, che ''indagini di massa mettano in evidenza l'esistenza di sprechi, ma bisogna considerare che viviamo in una società avanzata che fa prevenzione''. Il test del Psa, insomma, è utile quanto il Pap test per la diagnosi del tumore del collo dell'utero ed è oggi ''l'unica possibilità di analisi non invasiva''. Ma è anche vero, aggiunge che ''da solo il valore elevato del Psa non dice molto: servono altri esami e controlli successivi'' prima di qualsiasi intervento radicale. A imporre la necessità di questi primi studi su larga scala è stata la grande disparità di opinioni sull'effettiva utilità del test, che per quasi vent'anni è stata discussa dalle società scientifiche di tutto il mondo: non c'è mai stata, finora, unanimità di vedute su quando, a che età e con quale periodicità sottoporsi al test, nè sui livelli soglia ai quali far scattare il campanello d'allarme.




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