Canali Minisiti ECM

Con una leggera ipertensione a 50 anni +45% rischio demenza

Cardiologia Redazione DottNet | 15/06/2018 17:55

Chi ne soffre è esposto per più anni al rischio di mini ictus

Le persone di 50 anni la cui pressione sanguigna è più alta del normale, pur se ancora al di sotto della soglia limite per il trattamento della malattia, hanno un rischio maggiore del 45% di sviluppare demenza. La conferma arriva da uno studio condotto presso l'Istituto Nazionale Francese di Ricerca Sanitaria e Medica a Parigi (Inserm).   Pubblicate sullo European Heart Journal, queste ultime scoperte fanno parte del lungo studio Whitehall II sui dipendenti pubblici. Tra le 8.639 persone analizzate, 385 hanno sviluppato demenza entro il 2017, ad un'età media di 75 anni.   Coloro che avevano avuto una pressione arteriosa sistolica (o 'massima') di 130 mmHg o più alta all'età di 50 anni avevano un rischio maggiore del 45% di sviluppare demenza rispetto a quelli con una pressione sistolica più bassa alla stessa età.

Possibili ragioni includono il fatto che l'ipertensione è legata a silenziosi mini-ictus, che pur senza sintomi evidenti creano danni alla sostanza bianca nel cervello e possono essere all'origine del declino dei processi cerebrali.

L'associazione non è stata osservata all'età di 60 e 70 anni e questo, ritengono gli studiosi, è dovuto probabilmente al fatto che chi ha pressione sanguigna elevata all'età di 50 anni è "esposto" al rischio più a lungo di chi inizia a soffrirne più avanti nella vita. Il legame tra ipertensione e demenza è stato osservato anche nelle persone che non avevano malattie cardiovascolari durante il periodo di follow-up durato 18 anni e durante i quali le misurazioni della pressione arteriosa sulle stesse persone sono state ripetute più volte. Valori pressori di massima intorno ai 120 mmHg sono da considerarsi ottimali, mentre attualmente l'ipertensione viene considerata tale, e quindi trattata con farmaci, quando i valori superano i 140. 

pubblicità

fonte: European Heart Journal

Commenti

I Correlati

Numerosi studi hanno dimostrato che livelli elevati di hs-CRP sono associati a un incremento indipendente del rischio di eventi cardiovascolari, anche in pazienti con valori lipidici nella norma.

L’aterosclerosi è oggi sempre più interpretata come una malattia cronica immuno-metabolica, che richiede strategie preventive e terapeutiche integrate e a lungo termine.

Uno studio dell’Università di Bologna evidenzia come il progressivo abbassamento dei valori e le differenze tra linee guida possano influenzare percezione dei pazienti, scelte cliniche e ricorso alle cure

Lo rivelano i risultati dello studio Pursuit: con un farmaco sperimentale in aggiunta allo standard di cura l’84% dei pazienti raggiunge l’obiettivo

Ti potrebbero interessare

Uno studio condotto su quasi 30 mila individui evidenzia il valore prognostico del Growth Differentiation Factor-15 nella previsione di malattia cardiovascolare aterosclerotica e steatosi epatica metabolica.

Conclusa la fase pilota: le prestazioni di monitoraggio cardiovascolare diventano stabilmente accessibili attraverso la rete delle farmacie territoriali con copertura del Servizio sanitario nazionale.

Le nuove frontiere della cardiologia strutturale passano da Napoli

Nuove evidenze dal congresso ESC Heart Failure: beneficio clinico già dai primi 30 giorni nei pazienti con ATTR-CM

Ultime News

Più letti