
Spezzare, triturare o aprire pillole per facilitarne l’assunzione è un’abitudine diffusa nelle strutture residenziali per anziani. Ma spesso - o forse ancora più spesso - ciò avviene anche a domicilio, spesso per necessità legate a disfagia, decadimento cognitivo o disturbi comportamentali. A prescindere dal luogo in cui ciò avviene questa pratica presenta delle criticità ed espone pazienti e operatori a rischi evitabili.
A lanciare l’allarme sono i geriatri, sulla base dei risultati preliminari della prima indagine nazionale condotta nelle RSA italiane sulla prescrizione dei farmaci e sulle modalità di somministrazione, presentata dalla Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) in collaborazione con Fondazione ANASTE Humanitas. Lo studio, come detto, fotografa il contesto residenziale, ma solleva interrogativi sull’appropriatezza terapeutica nell’anziano fragile, indipendentemente dal luogo di cura.
Non solo RSA: una criticità che riguarda anche il domicilio
"Nelle RSA ogni anziano assume in media circa 8 farmaci al giorno, con un’esposizione elevata al rischio di interazioni pericolose", spiegano Dario Leosco, presidente SIGG e ordinario di Geriatria all’Università Federico II di Napoli, e Andrea Ungar, ordinario di Geriatria all’Università di Firenze. Ma il problema non si esaurisce nelle strutture: le stesse difficoltà di deglutizione e gestione della terapia sono comuni anche tra gli anziani seguiti a casa, spesso affidati a familiari o caregiver privi di indicazioni chiare. E quindi ancora più a rischio.
"I nostri dati mostrano che una compressa su tre viene divisa o triturata e oltre una capsula su quattro viene aperta e mescolata con cibi o bevande. Nel 13% dei casi, però, questa manipolazione non è appropriata, con rischi di inefficacia e sicurezza", sottolineano i ricercatori.
Quando semplificare diventa un errore clinico
Bisognerebbe partire da un presupposto: la formulazione di un farmaco ha la sua ragione d’essere così com’è. "Sbriciolare, dividere o aprire una pillola può comportare la perdita di parte del principio attivo o modificarne l’assorbimento", avverte Alba Malara, presidente della Fondazione ANASTE Humanitas. "Capsule gastroresistenti o farmaci a rilascio prolungato non dovrebbero mai essere manipolati: farlo può determinare sottodosaggi, sovradosaggi o effetti tossici".
Tra i principi attivi più frequentemente alterati, pur non essendo indicato farlo, figurano antipsicotici, gastroprotettori, antidepressivi e farmaci cardiovascolari di uso comune. Un problema che riguarda tanto le RSA quanto il domicilio, dove spesso la manipolazione può avvenire senza una valutazione clinica strutturata.
Appropriatezza terapeutica e ruolo della medicina generale
Il quadro che emerge chiama in causa l’organizzazione dell’assistenza territoriale. La gestione della terapia orale nell’anziano fragile è parte integrante dell’appropriatezza prescrittiva e riguarda direttamente la medicina generale, sempre più coinvolta nella presa in carico della cronicità e della domiciliarità.
La revisione periodica delle terapie, la valutazione di formulazioni alternative, la riduzione del carico farmacologico e l’individuazione dei casi in cui la manipolazione è controindicata sono passaggi cruciali per evitare errori silenziosi, che possono tradursi in ricoveri evitabili o peggioramento della qualità di vita.
Non a caso, lo studio mostra che la presenza del geriatra nelle RSA riduce le interazioni farmacologiche tra il 24 e il 37 per cento. Un dato che rafforza l’idea di una maggiore integrazione delle competenze geriatriche anche sul territorio.
Servono indicazioni chiare e univoche
"Le raccomandazioni oggi disponibili sulla gestione della terapia orale non sono univoche né sempre aggiornate", osserva Andrea Ungar. Una lacuna che espone a interpretazioni soggettive e a comportamenti disomogenei, sia nelle strutture sia a casa.
"La necessità è quella di riferimenti nazionali chiari e condivisi, capaci di guidare le decisioni cliniche e ridurre il rischio di errori", conclude Dario Leosco. Perché la pillola spezzata è un indicatore di come il sistema sanitario fatica a gestire la complessità dell’invecchiamento.


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