
Nonostante l'inversione quantitativa rispetto al passato, la qualità dell'uso non è migliorata: aumenta infatti l'uso di antibiotici a largo spettro, che, pur efficaci contro una vasta gamma di batteri, sono più rischiosi in termini di generazione di resistenza. Solo il 54,4% delle prescrizioni appartiene al gruppo “Access”, che dovrebbe essere utilizzato come trattamento di prima scelta per infezioni comuni, ben al di sotto del target europeo del 65%.
In ospedale, dove le infezioni sanitarie causate da germi multiresistenti sono in aumento, il consumo di antibiotici è aumentato dell'1,3% rispetto all'anno precedente. Questo è parte di un trend negativo che ha visto un incremento dell'8,8% a livello nazionale dal 2019 al 2023, in contrasto con l’obiettivo del Piano Nazionale di Riduzione della Resistenza Antimicrobica di ridurre il consumo del 5% entro il 2025. Inoltre, il consumo degli antibiotici varia sensibilmente da regione a regione, con un consumo maggiore nel Sud (18,9 dosi giornaliere medie per mille abitanti), che potrebbe indicare un'errata prescrizione, sebbene le difficoltà nell'accesso ai servizi diagnostici possano anche giustificare l'uso precauzionale degli antibiotici.
Il presidente di AIFA, Robert Nisticò, ha sottolineato che la resistenza antimicrobica rappresenta una "pandemia silenziosa", con un costo annuale di 2,4 miliardi di euro per il Sistema Sanitario Nazionale. Per contrastarla, è essenziale promuovere l'uso consapevole degli antibiotici, rafforzare la prevenzione nelle strutture sanitarie e incentivare la ricerca di nuovi farmaci.
Inoltre, Massimo Andreoni della SIMIT ha evidenziato l'importanza delle vaccinazioni nella lotta contro la resistenza agli antibiotici. La vaccinazione, infatti, può ridurre l'uso improprio di antibiotici, proteggendo così la salute pubblica e riducendo la selezione di germi resistenti.
In conclusione, la resistenza agli antibiotici è una delle principali minacce per la salute pubblica globale e richiede un approccio integrato, che includa la riduzione dell'uso eccessivo di antibiotici, il miglioramento delle politiche di prescrizione e la promozione di strategie di prevenzione, come la vaccinazione.



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