
Ventuno chilometri corsi in poco più di un'ora e dodici minuti. Per Anna Arnaudo, atleta della Nazionale con diabete di tipo 1, il secondo posto ai Campionati italiani di mezza maratona è molto più di una medaglia. Dimostra sul campo quanto sia possibile conciliare una patologia cronica con lo sport ad alto livello e riporta l'attenzione sulle opportunità ancora precluse agli atleti con diabete.
Un argento dopo i mesi difficili
Anna Arnaudo, mezzofondista azzurra e Ambassador della Federazione delle Società diabetologiche (FeSDI), ha conquistato il secondo posto ai Campionati italiani disputati il 1° novembre a Padenghe sul Garda. Ha completato i 21,097 chilometri della mezza maratona in 1 ora, 12 minuti e 28 secondi, facendo segnare il secondo miglior tempo della sua carriera sulla distanza.
«Sono molto felice di questo risultato, soprattutto dopo i mesi difficili dell'infortunio. Tornare a gareggiare a questi livelli e ottenere il secondo miglior tempo della mia carriera in mezza maratona significa molto», commenta la campionessa.
Ma l'atleta guarda oltre il risultato personale: «credo che risultati come questo possano avere anche un significato più ampio. Convivere con il diabete richiede attenzione, preparazione e responsabilità, ma non significa dover rinunciare agli obiettivi più ambiziosi. Un atleta dovrebbe poter essere valutato per le sue condizioni reali, per la sua preparazione e per i risultati che riesce a raggiungere, non essere escluso a priori esclusivamente per una diagnosi».
Perché una diagnosi può ancora chiudere una porta
Il punto sollevato da FeSDI riguarda le norme che precludono agli atleti con diabete l'accesso ai gruppi sportivi militari e dei Corpi dello Stato. Per chi pratica sport ad alto livello, entrare in queste strutture rappresenta una delle principali possibilità per costruire e sostenere nel tempo una carriera agonistica.
Su questo fronte sono state presentate proposte legislative per superare il diabete come causa automatica di esclusione e consentire agli atleti di partecipare alle procedure di arruolamento attraverso una valutazione che consideri la situazione individuale, il controllo della patologia e l'effettiva idoneità alla pratica sportiva. La stessa Arnaudo negli ultimi mesi ha partecipato al percorso di sensibilizzazione istituzionale, portando la propria esperienza nei momenti di confronto dedicati all'accesso ai gruppi sportivi militari.
Terapie e tecnologie hanno cambiato lo scenario
La richiesta dei diabetologi nasce anche dai progressi compiuti nella gestione della malattia. Conoscenze cliniche, trattamenti e tecnologie oggi permettono alle persone con diabete adeguatamente seguito di affrontare anche attività fisiche estremamente impegnative in condizioni di sicurezza.
«Quello raggiunto da Anna è innanzitutto un risultato sportivo di altissimo livello, frutto del suo talento, della preparazione e del lavoro degli ultimi mesi. Ma è anche la dimostrazione concreta di quanto il diabete, quando adeguatamente gestito, non debba rappresentare di per sé un limite alla pratica sportiva agonistica», dichiara Salvatore De Cosmo, presidente della Federazione delle Società diabetologiche italiane (FeSDI) e dell'Associazione medici diabetologi (AMD).
«Oggi disponiamo di conoscenze cliniche, terapie e tecnologie che consentono alle persone con diabete di affrontare anche prestazioni estremamente impegnative in condizioni di sicurezza. Per questo è necessario superare automatismi che non tengono sufficientemente conto dell'evoluzione della diabetologia e della condizione individuale della persona».
La diagnosi e il giudizio sulle capacità
Secondo i diabetologi, rivedere i criteri non significa abbassare gli standard di sicurezza, ma valutare ogni atleta sulla base delle sue effettive condizioni. «Lo sport di alto livello ci restituisce esempi sempre più numerosi di atleti con diabete capaci di raggiungere risultati di assoluto rilievo. Il tema non è ridurre i criteri di sicurezza o introdurre deroghe, ma fare in modo che l'idoneità venga valutata sulla base delle evidenze scientifiche e delle reali condizioni della singola persona», sottolinea Riccardo Bonadonna, presidente della Società italiana di diabetologia (SID).
«La diagnosi, da sola, non dovrebbe trasformarsi in un giudizio preventivo sulle capacità di un atleta. È necessario costruire un modello più aggiornato, capace di coniugare sicurezza, appropriatezza e pari opportunità».
L'appello alle istituzioni
FeSDI chiede quindi di trasformare il confronto avviato sul tema in un intervento concreto, rivolgendosi direttamente al ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi, al ministro della Difesa Guido Crosetto e al ministro della Salute Orazio Schillaci. «Gli atleti con diabete chiedono che a parlare siano le loro condizioni cliniche, la loro preparazione e le loro prestazioni e non una diagnosi. Il nostro appello alle istituzioni affinché si intervenga per superare definitivamente una norma discriminatoria e non più coerente con la realtà clinica e sportiva di oggi – concludono De Cosmo e Bonadonna – Sono tante le atlete e gli atleti con diabete che dimostrano con i fatti di poter competere ai massimi livelli. Crediamo sia arrivato il momento di trasformare il confronto avviato in un cambiamento concreto».

Il programma nazionale per diabete di tipo 1 e celiachia partirà in primavera per i bambini tra 5 e 7 anni. Allo studio l'esenzione e il monitoraggio glicemico gratuito.

Può avanzare senza sintomi evidenti e riguarda da vicino chi convive con diabete di tipo 2, obesità, ipertensione o alterazioni dei lipidi. Nei casi più seri può evolvere fino alla cirrosi e al tumore epatico.

Nuove tecnologie, farmaci per diabete e obesità e temperature estreme stanno cambiando la gestione della salute della madre e del bambino.

Il nuovo presidente punta su equità delle cure, ricerca indipendente e prevenzione. Sul tipo 1: «Nei prossimi cinque anni terapie capaci di cambiarne profondamente la storia naturale»
Ogni giorno pubblichiamo per te tanti contenuti e li organizziamo perchè tu possa sempre trovare ciò che vuoi.