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Farmaci contro l’acidità in gravidanza: nessun rischio per il bambino

Farmaci Redazione DottNet | 08/01/2026 15:10

Un’ampia ricerca internazionale rassicura le future mamme: i trattamenti contro il reflusso non compromettono la salute dei figli.

Assumere farmaci anti-acidità durante la gravidanza non comporta alcun danno dal punto di vista neurologico al nascituro. Questa è la conclusione di uno studio condotto da ricercatori del Kyung Hee University College of Medicine di Seoul e pubblicato sul Journal of the American Medical Association (Jama).

I ricercatori hanno evidenziato che i farmaci antiacido, come gli inibitori di pompa protonica, sono frequentemente prescritti durante la gravidanza utili per gestire l’acidità di stomaco e la malattia da reflusso gastroesofageo.

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Inoltre, i ricercatori sottolineano: "Studi recenti hanno sollevato preoccupazioni per quanto riguarda il legame tra l'esposizione prenatale ai farmaci acidi-soppressivi e gli esiti avversi nei neonati o nei bambini, tra cui l'aumento del rischio di parto prematuro, malattie allergiche, asma e le principali malformazioni congenite".

Lo studio su mamme e bambini esclude effetti neurologici

Ad approfondire l’argomento ulteriori studi che hanno fatto luce su un possibile legame tra questi farmaci e lo sviluppo di condizioni neurologiche come l’epilessia. Al fine di verificare questa ipotesi, una nuova ricerca ha analizzato i dati relativi a quasi 3 milioni di coppie mamma-neonato. Mezzo milione tra queste era stato esposto ai farmaci anti-acido in gravidanza.

I bambini sono nati tra il 2010 e il 2017 e il loro sviluppo è stato poi seguito fino al 2023. Se in un primo momento la ricerca sembrava confermare un piccolissimo aumento di rischio collegato all'assunzione dei medicinali da parte della mamma, il susseguirsi di indagini più approfondite ha preso in considerazione elementi come la familiarità ed ha escluso ogni nesso.

I ricercatori, in conclusione, hanno sottolineato: "L'esposizione a farmaci acido-soppressori durante la gravidanza non è stata associata al rischio di ADHD, né di disturbi neuropsichiatrici gravi, né di disturbo ossessivo-compulsivo, disabilità intellettiva o disturbi dello spettro autistico".

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