
Le associazioni dei caregiver contestano il ddl in discussione in Parlamento: bonus giudicato insufficiente e assenza di diritti strutturali. In piazza la richiesta di un vero riconoscimento.
Come era facilmente intuibile, il disegno di legge sui caregiver familiari, così come è giunto in in Parlamento, ha anche incontrato critiche pesanti. Da parte dell’opposizione, certo, ma non solo: quelle più decise sono giunte da parte di chi rappresenta direttamente il lavoro di cura quotidiano. Le misure previste dal ddl, in particolare il bonus economico, sono giudicate inadeguate rispetto all’impegno richiesto e lontane da un riconoscimento pieno dei diritti dei caregiver.
È questo il senso della mobilitazione che ha visto le associazioni dei caregiver familiari riunite in presidio a Roma, in Piazza Santi Apostoli, per chiedere una legge "buona per tutti" e non limitata a interventi parziali o selettivi.
Le associazioni: "Non chiediamo elemosine, ma diritti"
Dal presidio emerge una critica netta all’intero impianto del ddl. Al centro delle contestazioni c’è il contributo economico previsto, pari a 400 euro mensili a fronte di un impegno assistenziale stimato in oltre 90 ore settimanali, definito sui cartelli esposti come "un’elemosina".
"Quotidianamente ci prendiamo cura dei nostri familiari con disabilità grave e gravissima. Chiediamo il giusto riconoscimento e soprattutto i nostri diritti", affermano le associazioni promotrici della mobilitazione, che rivendicano il ruolo dei caregiver come pilastro informale del sistema di welfare.
Secondo Davide Amati, dell’associazione Caregiver Familiari Uniti Campania, il nodo non è solo economico: "Il nostro è un lavoro di 24 ore al giorno. Facciamo risparmiare milioni di euro allo Stato, ma non abbiamo tutele, né contributi previdenziali, né riconoscimento giuridico".
Tra le richieste avanzate figurano la rimozione dei paletti Isee, il riconoscimento dei contributi figurativi e una definizione normativa che superi la logica del bonus temporaneo.
Il lavoro di cura come welfare sommerso
Il filo conduttore delle rivendicazioni è la denuncia di un sistema che si regge, in larga parte, su un lavoro di cura non riconosciuto. I caregiver familiari descrivono la propria funzione come una forma di assistenza strutturale, ma invisibile, che supplisce alle carenze dei servizi pubblici senza essere inquadrata.
In questo senso, la protesta non è contro l’idea di una legge in sé, ma contro una proposta ritenuta insufficiente a colmare il vuoto normativo e sociale che circonda il lavoro di cura familiare.
La lettura politica: tra propaganda e assenza di riforma strutturale
Al presidio sono stati presenti anche esponenti politici dell’opposizione, che danno una lettura fortemente critica del ddl. Marco Furfaro (Pd) parla di uno Stato che "non riconosce a dovere chi si sostituisce al welfare pubblico", mentre Andrea Quartini (M5S) definisce i caregiver "un Lea occulto", sottolineando come l’assistenza prestata non venga né retribuita né coperta da contributi figurativi.
Al di là delle dichiarazioni politiche, il dato che emerge con maggiore chiarezza dalla piazza è un altro: la distanza tra l’esperienza reale dei caregiver e l’impianto del ddl. Una distanza che rende prevedibile una ulteriore mobilitazione dal basso, destinata a riaprire il confronto sul significato stesso di riconoscimento del lavoro di cura.
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