
Il 40% dei laureati STEM e Life Sciences in Italia è donna. Farmindustria: servono formazione mirata e alleanze per restare competitivi a livello globale.
Nel settore delle Life Sciences l’Italia parte da una posizione di forza spesso poco valorizzata, ma rischia di perdere terreno se non accelera su competenze e formazione. A lanciare l’allarme è Farmindustria, in occasione della Settimana italiana delle discipline STEM e della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella Scienza, l’11 febbraio.
Secondo i dati Eurostat, l’Italia è nella Top 10 dell’Unione europea per quota di donne tra i laureati in discipline STEM e Life Sciences: il 40% del totale, una percentuale superiore a Francia (35%), Germania (29%) e Spagna (28%), e sopra la media UE del 34,6%. Il nostro Paese è inoltre il terzo in Europa per numero complessivo di laureati in questi ambiti, combinando dimensione del bacino e presenza femminile.
Un capitale umano che rischia di disperdersi
La questione, sottolinea l’industria, non è tanto l’accesso agli studi quanto la capacità del sistema di trattenere e valorizzare questi talenti. "Le Life Sciences sono uno dei motori più dinamici dell’economia, dell’innovazione e dell’occupazione. Ma per continuare a crescere e competere servono persone, competenze e un sistema capace di valorizzarle", afferma Marcello Cattani, presidente di Farmindustria.
Uno dei principali freni è il mismatch tra formazione e bisogni produttivi. Nel comparto Life Sciences questo disallineamento genera un costo stimato di 1,8 miliardi di euro. L’88% delle imprese farmaceutiche dichiara difficoltà nel reperire competenze adeguate, non solo tecniche ma anche trasversali e manageriali. Un problema che riflette un dialogo ancora insufficiente tra sistema formativo e mondo industriale, proprio mentre l’innovazione accelera e ridefinisce ruoli e profili professionali.
Formazione, alleanze e occupazione giovanile
Negli ultimi vent’anni i laureati STEM in Italia sono cresciuti del 57%, ma secondo Farmindustria non basta. Serve intervenire prima, già nei primi anni di scuola, per ridurre i divari nelle competenze scientifiche che poi si trascinano nel mercato del lavoro.
In questo quadro, il settore farmaceutico rivendica un ruolo attivo. Le imprese sono tra le prime per investimenti in formazione e orientamento: dall’alternanza scuola-lavoro al Campus ITS Pharma Academy, che ha formato 250 giovani in cinque anni, fino a oltre 50 collaborazioni con le università. Centrale anche il Protocollo siglato con MUR e CRUI per rafforzare la collaborazione pubblico-privato nella formazione universitaria, post-universitaria e nei dottorati industriali.
I numeri sull’occupazione confermano la traiettoria: nelle imprese farmaceutiche l’occupazione under 35 è cresciuta del 21% in cinque anni.
La competizione globale come fattore di pressione
Lo sfondo resta però internazionale. "L’innovazione corre velocemente e gli equilibri mondiali stanno cambiando", avverte Cattani. Oggi la Cina avvia il 28% dei trial clinici globali, contro il 3% di dieci anni fa. Un dato che, secondo Farmindustria, impone all’Europa politiche più attrattive e una visione industriale chiara per non perdere centralità nella ricerca e nello sviluppo.
Qui il messaggio si fa esplicito: il capitale umano c’è, anche sul fronte femminile. Senza una strategia sistemica su formazione, competenze e ricerca, però, il vantaggio rischia di trasformarsi in un’occasione mancata.
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