
Dai bovini al possibile salto di specie: studi internazionali indagano la diffusione globale di un ceppo influenzale ancora poco conosciuto ma con potenziale zoonotico.
Un virus influenzale poco studiato, diffuso negli allevamenti di tutto il mondo, potrebbe rappresentare una minaccia emergente. È l’influenza D (IDV), identificata per la prima volta nel 2011 e oggi sotto osservazione per la sua capacità di infettare più specie animali e, potenzialmente, l’uomo.
A rilanciare l’attenzione è un filone di ricerche condotto da team statunitensi e messicani guidati da Gregory Gray dell’University of Texas Medical Branch, con campionamenti effettuati in grandi allevamenti bovini del Messico. I bovini sono considerati il principale serbatoio del virus, associato al complesso respiratorio bovino (BRDC), una sindrome multifattoriale che comporta ingenti perdite economiche per il settore zootecnico.
Sebbene tra i quattro tipi di influenza noti la A resti la più pericolosa per l’uomo – basti pensare al sottotipo H5N1 – anche IDV presenta caratteristiche tipiche dei patogeni emergenti: ampia distribuzione geografica, capacità di infettare diverse specie (bovini, suini, ovini, caprini, camelidi e altri mammiferi) e propensione al riassortimento genetico.
L’influenza D è stata inizialmente isolata in un suino negli Stati Uniti, ma studi successivi hanno dimostrato una prevalenza significativa nei bovini, con anticorpi rilevati in allevamenti di Nord America, Europa, Asia e Africa. Analisi filogenetiche indicano un’evoluzione relativamente rapida e la presenza di più lineaggi, elemento che potrebbe favorire la comparsa di varianti con nuove proprietà biologiche.
Sul fronte umano, diverse indagini sierologiche hanno rilevato anticorpi anti-IDV in lavoratori esposti al bestiame, suggerendo contatti con il virus. Tuttavia, la prova definitiva di infezione attiva nell’uomo resta limitata. Studi sperimentali hanno mostrato che IDV può replicarsi in cellule delle vie respiratorie umane e, in alcuni modelli animali, trasmettersi per contatto diretto.
Nonostante questi segnali, la ricerca procede lentamente: i finanziamenti sono scarsi e molti allevatori esitano a consentire test sistematici per timore di ripercussioni economiche. Solo circa 200 pubblicazioni scientifiche hanno finora approfondito il tema.
Nel frattempo, l’industria veterinaria sta sviluppando vaccini specifici, inclusi preparati inattivati e candidati intranasali volti a stimolare l’immunità mucosale nei bovini.
Per gli esperti, il messaggio è chiaro: anche se IDV non ha ancora dimostrato un impatto clinico significativo sull’uomo, il monitoraggio attivo nei serbatoi animali è cruciale. Individuare precocemente eventuali mutazioni o riassortimenti potrebbe fare la differenza nel prevenire future emergenze sanitarie.
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