
La classificazione dei disturbi mentali presenta da tempo numerose difficoltà: categorie diagnostiche eterogenee, alta comorbidità, affidabilità limitata tra clinici e utilità clinica non sempre soddisfacente. Nonostante i vari aggiornamenti del DSM dal 1980, molti di questi problemi restano irrisolti.
Un’idea innovativa arriva da un’analogia con la biologia. Anche i biologi hanno affrontato per secoli la complessa sfida di classificare le specie. Oggi molte teorie non considerano più le specie come categorie naturali rigide, ma come homeostatic property clusters (HPC): insiemi di caratteristiche che tendono a comparire insieme perché la presenza di alcune favorisce quella di altre.
Applicata alla salute mentale, questa prospettiva suggerisce che i disturbi psichiatrici non siano entità nette e ben delimitate, ma aggregazioni probabilistiche di proprietà biopsicosociali. Sintomi, tratti psicologici, fattori biologici, condizioni sociali e ambientali tendono a combinarsi formando cluster statistici. Tuttavia, questi cluster sono imperfetti e con confini sfumati, proprio come accade tra le specie in biologia.
In questa prospettiva, le diagnosi non vengono semplicemente “scoperte” nei dati: sono strutture concettuali che vengono sovrapposte a una realtà complessa per renderla più comprensibile e utile nella pratica clinica e nella ricerca.
Per sviluppare questo approccio, gli autori propongono la costruzione di un vero e proprio “atlante della salute mentale”, ottenuto raccogliendo grandi quantità di dati su molte proprietà rilevanti: sintomi, fattori genetici, funzionamento cerebrale, caratteristiche psicologiche, stili di vita, contesto sociale e risposta ai trattamenti. Analizzando le associazioni tra queste variabili sarebbe possibile individuare i cluster più rilevanti e comprendere meglio come si formano e cambiano nel tempo.
Questo modello offre diversi vantaggi. Permette di spiegare fenomeni ben noti in psichiatria, come l’elevata comorbidità o la variabilità tra pazienti con la stessa diagnosi. Inoltre si integra con importanti approcci teorici già esistenti, tra cui il modello biopsicosociale, gli approcci di rete, le tassonomie dimensionali della psicopatologia e i programmi di ricerca sui meccanismi transdiagnostici.
Infine, questa prospettiva suggerisce che non esisterà mai un unico sistema di classificazione perfetto. Clinici, ricercatori e decisori sanitari hanno obiettivi diversi, e potrebbero quindi essere utili più sistemi diagnostici, ciascuno progettato per scopi specifici.
In sintesi, il modello degli HPC propone di vedere i disturbi mentali non come categorie rigide, ma come pattern complessi di proprietà interconnesse. Questa visione potrebbe aiutare a superare i limiti degli attuali sistemi diagnostici e favorire un approccio più flessibile e scientificamente fondato alla comprensione della salute mentale.
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