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Sanità territoriale, la torsione del sistema: dalla denuncia degli infermieri alla ridefinizione (irrisolta) del ruolo medico

Nursing Up denuncia uno squilibrio strutturale tra medici e infermieri. Ma il punto non è solo quantitativo: il sistema sta cambiando senza aver chiarito chi fa cosa.
Sanità pubblica

Il punto di partenza è una presa di posizione netta: secondo Antonio De Palma, presidente nazionale di Nursing Up, sindacato che rappresenta gli infermieri del comparto pubblico e privato, l’Italia presenta "una distorsione strutturale" del proprio modello sanitario: molti medici, pochi infermieri, e un’organizzazione che utilizza in modo inefficiente le competenze disponibili.

La fotografia, basata su dati OCSE, è nota e difficilmente contestabile nei numeri: una densità medica superiore alla media europea e, al contrario, una presenza infermieristica significativamente più bassa. Ancora più esplicativo è il rapporto tra le due professioni, che in Italia resta tra i più bassi nei Paesi avanzati.

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La lettura proposta da Nursing Up è chiara: il sistema continua a investire in un modello che assegna ai medici funzioni che altrove sono svolte da infermieri con competenze avanzate, con un effetto diretto su costi, flessibilità e capacità di risposta. Una tesi che intercetta un tema reale, ma che nasce da una posizione dichiaratamente sindacale.

Non solo numeri: il passaggio da un modello medico-centrico a un sistema ancora indefinito

Limitarsi a leggere questi dati come una semplice carenza infermieristica è una semplificazione del quadro. Il sistema sanitario italiano è piuttosto in una fase intermedia, in cui il modello tradizionale si sta trasformando senza che sia ancora emerso un nuovo equilibrio.

Da un lato, crescono le competenze infermieristiche, anche attraverso la riforma dei percorsi formativi e il riconoscimento di ambiti clinici più avanzati. Dall’altro, si rafforzano funzioni territoriali che coinvolgono anche altri attori, come le farmacie.

Nel frattempo, il ruolo del medico – soprattutto nella medicina generale – viene ridefinito in modo progressivo ma non sempre esplicito. Non si tratta solo di una redistribuzione di compiti. È una trasformazione del perimetro professionale, che avviene mentre il sistema continua a funzionare con logiche organizzative costruite in un’altra fase.

Medici tra pressione organizzativa e perdita di centralità operativa

È in questo passaggio che emerge una tensione sempre più evidente. I medici di medicina generale si trovano a operare in un contesto in cui le richieste aumentano: presa in carico della cronicità, integrazione con le Case di comunità, gestione di sistemi informativi, adempimenti amministrativi. A questo si aggiunge la crescente presenza di altri professionisti lungo il percorso assistenziale.

La sensazione, diffusa al di là delle posizioni ufficiali, è quella di una progressiva compressione dello spazio clinico. Non tanto perché altri attori "sostituiscano" il medico, ma perché il suo ruolo viene ridefinito senza un chiarimento complessivo del modello. Il risultato è un equilibrio instabile, inevitabilmente reattivo: più responsabilità, più interazioni, ma meno tempo e meno controllo diretto sul processo.

Farmacie, infermieri, territorio: espansione delle funzioni e confini incerti

Parallelamente, altre componenti del sistema stanno crescendo. La farmacia dei servizi si propone come presidio di prossimità, ampliando le attività oltre la dispensazione. Gli infermieri rivendicano, con sempre maggiore forza, un riconoscimento delle competenze avanzate. Le strutture territoriali, a partire dalle Case di comunità, dovrebbero diventare il luogo di integrazione.

Ma questa espansione non è ancora accompagnata da una definizione chiara dei confini operativi. Le funzioni si sovrappongono, i percorsi si costruiscono in modo disomogeneo, e il coordinamento resta affidato più alla pratica locale che a un disegno uniforme. In questo contesto, la questione non è stabilire chi debba fare di più, ma chi sia responsabile del percorso complessivo di cura.

Una trasformazione in atto, senza un punto di equilibrio definito

La denuncia di Nursing Up, quindi, coglie una parte del problema, ma non lo esaurisce a fondo. Lo squilibrio tra medici e infermieri esiste, ma è anche il riflesso di una trasformazione più ampia, in cui il sistema sanitario sta cercando di riallineare le proprie competenze ai bisogni di una popolazione più anziana, più fragile e più cronica.

Il punto è che questo riallineamento non è ancora compiuto. Il modello precedente non è più sufficiente, ma quello nuovo non è ancora definito. Nel frattempo, le professioni si muovono, le funzioni si espandono, le responsabilità si ridistribuiscono. È in questa fase intermedia che si concentra oggi la tensione.

Dove può rompersi l’equilibrio

Il rischio non è il cambiamento, ma le frizioni che emergono nella sua gestione. E, con esse, la tentazione di spostare sul privato una funzione di riequilibrio che il sistema pubblico fatica ancora a esercitare. Se la crescita delle competenze infermieristiche non si traduce in un’organizzazione coerente, se il ruolo medico viene ridefinito senza un quadro esplicito, se la distribuzione delle funzioni procede per stratificazione più che per progettazione, il sistema può perdere coerenza interna.

Non si tratta di una rottura improvvisa. Piuttosto, di una progressiva difficoltà a tenere insieme livelli diversi: clinico, organizzativo, professionale. È su questo terreno – più che sul semplice confronto numerico tra professioni – che si gioca oggi la tenuta del Servizio sanitario nazionale.

Sanità pubblica
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