
Si riapre polemicamente il confronto sul futuro della medicina generale, con una protesta annunciata dal Sindacato medici italiani (SMI) contro la proposta di legge Benigni che interviene sull’organizzazione del lavoro dei medici di famiglia.
Il sit-in è previsto a Napoli, ma il tema ha una portata nazionale, perché riguarda il modello stesso di esercizio della medicina generale nel Servizio sanitario nazionale.
L’oggetto del contendere: orari e attività nelle Case di comunità
Al centro della contestazione - come accennato - c’è il progetto di legge presentato dal deputato Francesco Benigni, che prevede una ridefinizione dell’attività dei medici di medicina generale.
Secondo quanto emerge dalla proposta, la riorganizzazione stabilirebbe "venti ore di attività in studio alla settimana, più diciotto ore a settimana nelle Case di Comunità".
Un’impostazione che, almeno nelle intenzioni, si inserisce nel rafforzamento della sanità territoriale previsto anche dal Pnrr, ma che secondo i medici rischia di modificare in modo sostanziale il loro assetto professionale.
"Un modello che non considera il lavoro reale"
A contestare la proposta è Giovanni Senese, segretario regionale dello SMI in Campania. "Non comprendiamo come si possa sostenere che le attività degli studi dei medici di medicina generale si possano racchiudere alle venti ore a settimana, più diciotto ore nelle strutture delle Asl, senza tener conto di tutto il lavoro di back office e dell’assistenza domiciliare", afferma.
"Chi lavora nel settore conosce molto bene che l’attività dei medici di famiglia raggiunge già oggi quaranta, cinquanta ore a settimana".
Il timore: una dipendenza senza tutele
Il punto più critico, secondo il sindacato, riguarda la natura del rapporto di lavoro.
"Si tratta di una proposta che instaura, in modo mascherato, un rapporto di lavoro di dipendenza per i medici di famiglia ma privo delle opportune tutele", sostiene Senese, citando tra queste maternità, infortunio e ferie.
Il rischio, secondo lo SMI, è quello di creare un modello "ibrido", che modifica l’attuale regime convenzionato senza garantire le condizioni tipiche del lavoro dipendente.
Tra riforma del territorio e crisi della professione
Il tema si inserisce nel quadro più ampio di trasformazione della medicina territoriale, tra sviluppo delle Case di comunità e necessità di rafforzare l’integrazione con il sistema sanitario.
Ma proprio su questo terreno emergono le maggiori tensioni, legate alla sostenibilità del modello e alla capacità di attrarre nuovi medici.
"La proposta è irricevibile perché espone i medici a un sicuro burnout e disincentiva i giovani a intraprendere la professione", afferma Senese, sottolineando il rischio di un ulteriore indebolimento della medicina generale.
Una posizione che, peraltro, trova riscontri anche in altre sigle - e in altri contesti - della medicina generale. "Le Case di comunità saranno una vera opportunità per i cittadini solo se realizzeranno un’offerta assistenziale integrativa e non sostitutiva nel sistema attuale delle cure territoriali", osserva Roberto Venesia, segretario regionale della FIMMG Piemonte, segnalando come il problema resti "di natura organizzativa" e caratterizzato da "ampio margine di incertezza circa l’effettiva efficacia per i pazienti e la sostenibilità per il sistema sanitario". Sono, questi, segnali di un disagio professionale diffuso.
Un confronto destinato ad allargarsi
Lo SMI ha avviato una consultazione nazionale sulla tipologia contrattuale desiderata dai medici di famiglia, che ha già raccolto migliaia di risposte.
Un segnale di un malessere diffuso che va oltre il singolo provvedimento e che riporta al centro il tema, ancora aperto, del ruolo e dell’inquadramento dei medici di medicina generale nel sistema sanitario.




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