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Verifiche fiscali negli studi professionali: quali sono i limiti dei controlli

Medlex Redazione politico sanitaria | 13/04/2026 16:13

Una sentenza della Cassazione chiarisce fino a dove può spingersi l’attività ispettiva quando entra in gioco il segreto professionale

Quando si parla di controlli fiscali negli studi professionali, l’attenzione si concentra spesso su cosa può essere verificato. Meno evidente, ma altrettanto rilevante, è il tema dei limiti entro cui questi controlli devono svolgersi.

Un chiarimento importante arriva dalla Corte di Cassazione (sezione tributaria, ordinanza 26 giugno 2025, n. 17228), che affronta il rapporto tra attività ispettiva e segreto professionale, definendo in modo più preciso i confini dell’azione della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate.

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Il caso: documenti acquisiti durante un accesso

La vicenda nasce da una verifica fiscale presso uno studio professionale, nel corso della quale i verificatori avevano acquisito documenti ritenuti riconducibili a una forma di “contabilità parallela”. Si trattava, quindi, di elementi potenzialmente rilevanti per ricostruire i redditi non dichiarati.

Il professionista aveva però opposto il segreto professionale. Nonostante ciò, i documenti erano stati esaminati senza una specifica autorizzazione dell’autorità giudiziaria, dando origine a un contenzioso che è arrivato fino in Cassazione.

Il primo limite: il segreto professionale non è superabile automaticamente

La Corte ha chiarito un punto centrale: quando viene opposto il segreto professionale, i verificatori non possono procedere automaticamente all’esame della documentazione.

È necessario un passaggio ulteriore, rappresentato da un’autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Ma non si tratta di un atto formale: l’autorizzazione deve essere specifica, motivata e riferita ai documenti che si intendono acquisire. Non è sufficiente un provvedimento generico o rilasciato in via preventiva.

Questo principio vale per tutti gli studi professionali e assume un rilievo particolare negli studi medici, dove la documentazione è spesso legata a dati sensibili dei pazienti.

Il secondo limite: il rispetto delle procedure incide sulle prove

Un altro aspetto chiarito dalla Cassazione riguarda le conseguenze di eventuali irregolarità. Se i documenti vengono acquisiti senza il rispetto delle garanzie previste, gli elementi raccolti non possono essere utilizzati ai fini dell’accertamento.

Nel caso esaminato, questo ha portato a un risultato netto: anche in presenza di documenti potenzialmente significativi, come quelli riconducibili a una contabilità non ufficiale, l’accertamento non ha retto perché l’acquisizione era avvenuta in modo illegittimo.

Il terzo limite: equilibrio tra controllo e tutela

La decisione della Corte richiama un principio più generale: l’attività di controllo fiscale deve svolgersi nel rispetto di un equilibrio tra l’interesse pubblico all’accertamento delle imposte e la tutela di diritti riconosciuti dall’ordinamento, tra cui il segreto professionale.

In questo senso, il segreto non rappresenta un ostacolo assoluto ai controlli, ma introduce una soglia di garanzia che impone all’amministrazione di seguire procedure più rigorose.

Perché è un tema rilevante anche per i medici

Per gli studi medici, il tema non è solo teorico. La presenza di dati sanitari rende il segreto professionale un elemento strutturale dell’attività, con ricadute dirette anche sul piano dei controlli fiscali.

Il messaggio che emerge dalla pronuncia è chiaro: i poteri di verifica esistono e sono ampi, ma non sono illimitati. Il rispetto delle regole procedurali non è un dettaglio formale, ma una condizione che può incidere in modo decisivo sull’esito di un accertamento.

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