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Innovazione nella fototerapia oncologica: dalla selettività molecolare alle terapie combinate.

Dermatologia Redazione DottNet | 23/04/2026 13:01

Grazie ai progressi nella terapia oncologica, la fototerapia è particolarmente apprezzata per la sua capacità di modulare diversi fattori patogenetici del tumore.[1]

Abstract


La fototerapia è una strategia emergente per il trattamento del cancro, caratterizzata da minima invasività, elevata selettività spaziale e ridotta tossicità per i tessuti sani. In particolare, la terapia fotodinamica (PDT) sfrutta la combinazione di luce a lunghezza d’onda specifica, fotosensibilizzatori e ossigeno molecolare per generare specie reattive dell’ossigeno (ROS) che inducono la morte delle cellule tumorali. L’integrazione con chemioterapia, radioterapia o immunoterapia può migliorarne l’efficacia e superare le limitazioni delle singole modalità.

Inoltre, la fototerapia può stimolare morte cellulare immunogenica e modulare il microambiente tumorale, favorendo risposte immunitarie antitumorali durature. Nonostante i risultati clinici promettenti, rimangono sfide legate alla biotossicità degli agenti e alla limitata penetrazione della luce nei tessuti profondi.

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La fototerapia è emersa negli ultimi anni come una modalità terapeutica estremamente promettente nel trattamento del cancro, attirando una crescente attenzione nella comunità scientifica e clinica grazie alla combinazione di diversi vantaggi terapeutici.[1] Tra questi si distinguono in particolare gli effetti collaterali relativamente limitati, l’elevata selettività spaziale dell’azione terapeutica e la capacità di preservare in modo ottimale la funzionalità dei tessuti sani circostanti.[1] Tali caratteristiche rendono questo approccio particolarmente interessante rispetto a molte terapie oncologiche convenzionali, spesso associate a danni collaterali diffusi e a una minore specificità nei confronti del tessuto tumorale.[1]

Questo approccio innovativo comprende principalmente tre paradigmi distinti: la terapia fotodinamica (PDT), la terapia fototermica (PTT) e la fotoimmunoterapia (PIT).[1] Ciascuna di queste modalità terapeutiche esercita i propri effetti antitumorali attraverso meccanismi biologici specifici e complementari. In particolare, la PDT si basa principalmente sulla generazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), la PTT sfrutta l’induzione di ipertermia locale mediante conversione dell’energia luminosa in calore, mentre la PIT integra l’azione della luce con l’attivazione mirata di risposte immunitarie antitumorali.[1]

Nel suo complesso, la fototerapia rappresenta quindi un approccio terapeutico che utilizza agenti esogeni, noti come agenti fototerapeutici, per potenziare l’efficacia dell’irradiazione luminosa e indirizzare in maniera più selettiva l’effetto citotossico verso le cellule tumorali.[1] Questo tipo di strategia presenta numerosi vantaggi, tra cui la minima invasività, l’elevata efficacia terapeutica, la notevole selettività nei confronti delle cellule tumorali e una tossicità sistemica generalmente ridotta rispetto ad altri trattamenti oncologici.[1] Attualmente, la fototerapia è già stata applicata in ambito clinico nel trattamento di diversi tipi di tumori, inclusi ma non limitati al cancro della pelle, del colon, della prostata e della mammella.[1,2]

Tra le diverse strategie fototerapeutiche, la fotoimmunoterapia (PIT) rappresenta un approccio particolarmente innovativo, in quanto combina i vantaggi della fototerapia localizzata con quelli dell’immunoterapia.[1] Questa integrazione consente non solo la distruzione diretta delle cellule tumorali, ma anche l’attivazione di risposte immunitarie policlonali specifiche per il tumore.[1] Tale fenomeno promuove lo sviluppo di una risposta immunitaria antitumorale duratura da parte dell’organismo ospite e contribuisce a contrastare i meccanismi di immunosoppressione spesso presenti nel microambiente tumorale.[1]

Il meccanismo generale della terapia fotodinamica (PDT) coinvolge tre componenti fondamentali: una sorgente luminosa con una specifica lunghezza d’onda, un fotosensibilizzatore (PS) e la presenza di ossigeno molecolare nei tessuti.[1-3] Quando i fotosensibilizzatori vengono irradiati con luce alla lunghezza d’onda appropriata, entrano in uno stato eccitato e trasferiscono energia alle molecole di ossigeno circostanti, generando specie reattive dell’ossigeno (ROS).[1-3] Queste molecole altamente reattive possono provocare danni cellulari multipli, contribuendo alla morte delle cellule tumorali, alla distruzione del sistema microvascolare associato al tumore e all’attivazione di risposte immunitarie antitumorali. Tali effetti possono verificarsi attraverso due principali percorsi fotochimici, comunemente definiti meccanismo di Tipo I e meccanismo di Tipo II.[1,3]

Un aspetto particolarmente rilevante della fototerapia è la possibilità di integrarla con altre modalità terapeutiche oncologiche, sfruttando in modo sinergico i vantaggi di ciascun approccio e compensando al contempo le rispettive limitazioni.[1,3] Ad esempio, è stato osservato che la PDT può aumentare la sensibilità delle cellule tumorali agli effetti del calore, mentre l’ipertermia locale generata dalla PTT può incrementare la suscettibilità delle cellule tumorali all’azione della PDT.[1]

Allo stesso modo, la combinazione tra fototerapia e chemioterapia può amplificare ulteriormente il danno alle cellule tumorali, impedendo la loro rigenerazione e contribuendo a superare alcuni meccanismi di resistenza farmacologica.[1,4]

Dal punto di vista clinico, la fototerapia è già stata applicata con successo nel trattamento di diversi tipi di tumori, grazie alla combinazione di efficacia terapeutica, minima invasività e bassa tossicità sistemica.[1,2,4] In particolare, la terapia fotodinamica è generalmente associata a effetti collaterali relativamente lievi e può essere somministrata più volte in base alle condizioni cliniche del paziente, offrendo quindi una notevole flessibilità terapeutica.[4]

Nel trattamento dei tumori cutanei non melanoma, come il carcinoma basocellulare (BCC) e il carcinoma a cellule squamose (SCC), la PDT ha dimostrato di produrre risultati estetici eccellenti rispetto ai trattamenti convenzionali, rappresentando quindi una valida alternativa terapeutica soprattutto nelle lesioni superficiali o in sedi anatomiche delicate.[2,4] Inoltre, diverse evidenze cliniche indicano che la combinazione della PDT con tecniche di stenting e chemioterapia nel trattamento del colangiocarcinoma può contribuire a ridurre la mortalità complessiva e a migliorare significativamente la sopravvivenza globale dei pazienti.[4]

Per quanto riguarda altre applicazioni cliniche, la terapia fotodinamica è stata approvata per il trattamento di alcune forme di carcinoma polmonare, dimostrando la capacità di ridurre efficacemente il carico tumorale e di migliorare il controllo locale della malattia.[2] In particolare, l’impiego di specifici fotosensibilizzatori attivati dalla luce ha mostrato risultati incoraggianti nel trattamento di lesioni polmonari sia centrali che periferiche, confermando il potenziale di questa strategia terapeutica nel contesto della gestione delle neoplasie polmonari.[2]

Nel contesto del carcinoma prostatico, inoltre, approcci di terapia fotodinamica mirati alla componente vascolare del tumore hanno evidenziato risultati clinicamente rilevanti. Studi clinici hanno infatti riportato percentuali significative di biopsie negative nei pazienti sottoposti a questo tipo di trattamento, suggerendo un’efficace riduzione o eliminazione del tessuto tumorale nelle aree trattate.[2,4]

Anche nel caso del carcinoma mammario la terapia fotodinamica è stata oggetto di numerosi studi sperimentali e preclinici, suggerendo il suo potenziale come nuova strategia terapeutica per affrontare forme tumorali resistenti a più farmaci.[2] Nonostante questi risultati incoraggianti, la fototerapia deve ancora affrontare alcune sfide importanti, tra cui la possibile biotossicità di alcuni agenti fototermici e la difficoltà di attivare efficacemente agenti terapeutici localizzati in tumori profondi a causa della limitata penetrazione della luce nei tessuti biologici.[1-3]

Per superare tali limitazioni, sono attualmente in corso numerosi studi volti allo sviluppo di fotosensibilizzatori di nuova generazione, caratterizzati da una maggiore efficienza fotochimica, una migliore selettività tumorale e una ridotta tossicità sistemica. Parallelamente, la standardizzazione dei protocolli di trattamento rappresenta un passaggio fondamentale per favorire l’adozione più ampia della terapia fotodinamica nella pratica clinica oncologica.[3,4]

In conclusione, la fototerapia continua a evolversi come una strategia terapeutica estremamente promettente nel campo dell’oncologia. Le ricerche attualmente in corso mirano a migliorare ulteriormente l’efficacia di queste tecnologie, a ottimizzarne l’integrazione con altre terapie e, in ultima analisi, a migliorare i risultati clinici e la qualità della vita dei pazienti oncologici.[2]

Referenze:

  1. Cai Y, Chai T, Nguyen W, Liu J, Xiao E, Ran X, Ran Y, Du D, Chen W, Chen X. Phototherapy in cancer treatment: strategies and challenges. Signal Transduct Target Ther. 2025 Apr 2;10(1):115. doi: 10.1038/s41392-025-02140-y. PMID: 40169560; PMCID: PMC11961771.
  2. Kim TE, Chang JE. Recent Studies in Photodynamic Therapy for Cancer Treatment: From Basic Research to Clinical Trials. Pharmaceutics. 2023 Aug 31;15(9):2257. doi: 10.3390/pharmaceutics15092257. PMID: 37765226; PMCID: PMC10535460.
  3. Jiang W, Liang M, Lei Q, Li G, Wu S. The Current Status of Photodynamic Therapy in Cancer Treatment. Cancers (Basel). 2023 Jan 18;15(3):585. doi: 10.3390/cancers15030585. PMID: 36765543; PMCID: PMC9913255.
  4. Chen H, Li H, Li HJ, Zhang Z. Umbrella review of photodynamic therapy for cancer: efficacy, safety, and clinical applications. Front Oncol. 2025 Aug 4;15:1528314. doi: 10.3389/fonc.2025.1528314. PMID: 40831922; PMCID: PMC12358287.

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