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Reumatologia al femminile: quando la malattia incontra le scelte di vita

Reumatologia Lucia Oggianu | 21/04/2026 09:21

Dalla maternità al lavoro, il peso spesso invisibile delle patologie autoimmuni. Gli specialisti Sir: con cure adeguate la gravidanza è possibile

Le malattie reumatologiche non sono solo una questione clinica, ma un fattore che può influenzare profondamente le tappe fondamentali della vita di una donna. In Italia riguardano circa 3,5 milioni di persone di sesso femminile e spesso compaiono in età giovane, quando si costruiscono studio, carriera e famiglia. In vista della Giornata nazionale della salute della donna, che si celebra domani, la Società Italiana di Reumatologia (Sir) accende i riflettori su un problema che intreccia salute, diritti e qualità di vita.

Una prevalenza marcata nelle donne

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"Nelle malattie reumatologiche la dimensione di genere è molto rilevante", afferma Andrea Doria, presidente della Sir e professore di Reumatologia all’Università di Padova. I numeri parlano chiaro: "Il lupus eritematoso sistemico colpisce le donne con un rapporto di circa 9 a 1 rispetto agli uomini, la malattia di Sjögren arriva oltre 10 a 1, mentre nella sindrome da anticorpi anti-fosfolipidi il rapporto è di circa 5 a 1".

Una disparità che non è solo epidemiologica, ma che si riflette anche sull’impatto della malattia nel corso della vita. Dall’adolescenza alla menopausa, i disturbi reumatologici accompagnano fasi delicate, spesso sovrapponendosi a decisioni personali e professionali che richiederebbero invece stabilità e benessere.

Diagnosi in età fertile e i dubbi sulla maternità

"Oltre a essere più frequenti, le malattie reumatologiche nelle donne influenzano momenti cruciali del loro ciclo di vita", sottolinea Chiara Tani, reumatologa presso l’Azienda ospedaliero-universitaria pisana. Alcune patologie, come le connettiviti, esordiscono tipicamente tra i 20 e i 40 anni, proprio nel periodo in cui molte donne iniziano a pianificare una gravidanza. È qui che emergono le paure più diffuse, spesso alimentate da informazioni parziali o errate. "Un errore ancora frequente è sospendere autonomamente i farmaci per timore di effetti sul bambino", spiega Tani. Una scelta che può rivelarsi rischiosa: "In realtà esistono terapie compatibili con la gestazione, mentre una malattia non controllata può essere più pericolosa".

La gravidanza invece è possibile anche con una diagnosi reumatologica, ma va programmata insieme al reumatologo e al ginecologo, evitando decisioni solitarie che possono compromettere la salute della madre e del feto.

L’impatto su lavoro e autonomia personale

Oltre alle scelte riproduttive, le malattie reumatologiche incidono pesantemente sulla quotidianità. Fatigue cronica, dolore persistente e rigidità articolare possono limitare l’autonomia personale e la capacità lavorativa, imponendo riduzioni di orario, difficoltà nel sostenere carichi fisici o, nei casi più gravi, vere e proprie rinunce professionali. Questo impatto invisibile contribuisce a una penalizzazione sociale ed economica che colpisce soprattutto le donne, già più esposte a lavori precari o a carichi di cura familiari.

Riconoscere i segnali per intervenire prima

Secondo la Sir, una diagnosi precoce resta l’arma più efficace per prevenire danni irreversibili e migliorare la qualità della vita. Sintomi come stanchezza persistente, dolori articolari, perdita di capelli o secchezza delle mucose non dovrebbero mai essere sottovalutati, soprattutto se si protraggono nel tempo.

Individuare la malattia in fase iniziale significa poter impostare tempestivamente terapie mirate, ridurre la disabilità e accompagnare le pazienti in un percorso di vita più sereno, che non escluda né la maternità né la realizzazione professionale. In questo senso, la salute della donna passa anche da una maggiore consapevolezza – da parte delle pazienti e del sistema sanitario – del peso reale delle malattie reumatologiche.

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