
La riforma della medicina generale torna al centro del confronto con un segnale di forte tensione da parte dei medici di famiglia. Secondo una consultazione online del Sindacato medici italiani (Smi), il 77% dei partecipanti dichiarerebbe di valutare le dimissioni in caso di approvazione della proposta di legge Benigni, attualmente in discussione alla Camera.
Il dato, precisa lo stesso sindacato, proviene da una rilevazione aperta e non scientifica, che ha raccolto poco più di mille risposte. Un elemento che ne limita la rappresentatività, ma che viene comunque interpretato come indicativo del clima all’interno della categoria.
"Il sentiment è inequivocabile: i medici di famiglia chiedono rispetto, tutele e sostenibilità", afferma la segretaria generale Pina Onotri. "Continuare a ignorare questo segnale sarebbe un errore grave".
Cosa cambia con la riforma
La proposta di legge interviene sullo stato giuridico e sull’organizzazione del lavoro dei medici di medicina generale, prevedendo una ridefinizione dell’impegno settimanale: circa 20 ore in studio e fino a 18 ore nelle Case di comunità.
L’obiettivo è rafforzare la medicina territoriale e integrare maggiormente i medici di famiglia nei nuovi modelli previsti dal Pnrr. Ma è proprio su questo passaggio che emergono le principali criticità.
Per una parte della categoria, la riforma rischia di sovrapporsi a un carico di lavoro già elevato e poco visibile. L’attività del medico di famiglia, infatti, non si esaurisce nelle ore di ambulatorio: comprende gestione delle cronicità, prescrizioni, certificazioni, contatti telefonici, visite domiciliari, aggiornamento clinico e una quota crescente di adempimenti amministrativi.
In questo contesto, l’aggiunta di ore strutturate nelle Case di comunità viene letta da molti come un incremento dell’impegno complessivo, più che come una semplice riorganizzazione.
Tutele e sostenibilità del modello
Al di là del dato sulle dimissioni, la consultazione evidenzia un disagio più profondo. Il 37,5% dei partecipanti esprime un giudizio negativo sull’attuale modello convenzionale, mentre emerge una richiesta diffusa di maggiore chiarezza sul futuro professionale.
La soluzione che raccoglie più consenso è quella di una revisione della convenzione che mantenga la specificità del rapporto, ma introduca tutele analoghe a quelle della specialistica ambulatoriale (71%). Allo stesso tempo, una quota significativa (43,1%) guarda anche all’ipotesi del lavoro dipendente.
"Il punto centrale non è una formula ideologica, ma il bisogno urgente di uscire da un sistema percepito come sempre più gravoso e ambiguo", sottolinea il sindacato.
Il confronto sulla riforma si inserisce in un contesto già segnato da carenza di medici, aumento della domanda assistenziale e trasformazione dei modelli territoriali. In questo scenario, il tema non è solo la redistribuzione degli orari, ma l’equilibrio complessivo tra responsabilità, autonomia e tutele.
Il rischio, più che una fuga immediata, è un progressivo disallineamento tra la riforma e la disponibilità reale dei medici a sostenerla, soprattutto se non verranno affrontati in modo esplicito i punti di attrito legati al carico di lavoro e alla sostenibilità della professione.




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