
Si alza lo scontro sulla riforma della medicina generale. Dopo l’incontro avvenuto ieri al Ministero della Salute, il Sindacato Medici Italiani (SMI) parla apertamente di "forte opposizione" ai contenuti della bozza di Decreto Legge discussa con il Governo e annuncia la possibilità di mobilitazioni fino allo sciopero e alla chiusura degli ambulatori.
La presa di posizione arriva da una nota della Segreteria Nazionale dello SMI, diffusa al termine di una riunione convocata "a caldo" con segretari regionali e responsabili di settore del sindacato.
"Aspettiamo una prossima convocazione, che non siamo sicuri se vi sarà, per esprimere un giudizio compiuto - scrive il sindacato - ma se la bozza dovesse rimanere la stessa di quella che abbiamo discusso non avremo che scegliere la via della mobilitazione, per tutelare il lavoro dei medici e garantire la salute ai cittadini".
Nel mirino il "debito orario" nelle Case di Comunità
Il punto più contestato riguarda l’ipotesi di introdurre un "debito orario obbligatorio" per i medici di medicina generale all’interno delle Case di Comunità, uno dei pilastri organizzativi della riforma territoriale prevista dal PNRR.
Secondo lo SMI, dalla categoria "si leva una forte contrarietà" rispetto a questo modello organizzativo, percepito come una forma di centralizzazione del lavoro dei medici di famiglia.
Per il sindacato, al contrario, "bisognerebbe valorizzare gli studi medici periferici finanziando i loro fattori produttivi (personale e diagnostica) anziché centralizzare i servizi".
Si tratta di una posizione che riflette una linea ormai consolidata all’interno di una parte significativa della medicina generale italiana: il timore che il rafforzamento delle Case di Comunità possa tradursi, nel tempo, in un ridimensionamento del ruolo dello studio medico territoriale tradizionale e dell’autonomia organizzativa del medico convenzionato.
Contrarietà anche alla retribuzione legata agli obiettivi
Altro punto contestato è l’orientamento verso modelli retributivi sempre più collegati al raggiungimento di obiettivi.
Nella nota, infatti, lo SMI parla di "forte opposizione a logiche che trasformano la retribuzione legandola prevalentemente al raggiungimento degli obiettivi".
Un passaggio che apre un tema più ampio, già presente nel dibattito sulla riforma della medicina territoriale: il progressivo spostamento verso sistemi di valutazione della performance e indicatori organizzativi mutuati da altri modelli sanitari europei.
Per una parte della categoria, però, il rischio è che questo approccio finisca per comprimere l’autonomia professionale del medico di medicina generale e trasformare l’attività clinica in una prestazione sempre più burocratizzata e standardizzata.
"Pronti allo sciopero"
Il sindacato ricorda inoltre di avere già proclamato lo stato di agitazione e sottolinea come, dopo il confronto con il Governo, vi fosse l’aspettativa di un’apertura alle richieste della categoria.
"Dopo la proclamazione dello stato di agitazione avevamo sperato che il Governo cogliesse le sofferenze e le richieste di cambiamento dei medici - si legge nella nota - ma se così non fosse, siamo pronti a difendere il loro lavoro e la loro dignità con tutte le azioni, compresa quelle dello sciopero e della chiusura degli ambulatori".
Lo SMI ribadisce infine due richieste considerate centrali dalla categoria: l’abolizione del ruolo unico e l’istituzione della scuola di specializzazione in medicina generale, tema che da anni attraversa il confronto tra sindacati, università e istituzioni.




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