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Trial clinici, l’Italia avvicina la Germania: “Quasi 1.500 studi attivi”

Aziende farmaceutiche Redazione politico sanitaria | 20/05/2026 12:17

Secondo Farmindustria l’Italia ha quasi raggiunto la Germania per numero di trial clinici attivi, ma restano criticità su tempi e arruolamento.

L’Italia consolida il proprio ruolo nella ricerca clinica europea e, almeno sul piano numerico, riduce il divario con la Germania. È il quadro tracciato da Farmindustria in occasione dell’International Clinical Trials Day, con dati che mostrano una crescita significativa del numero di studi clinici attivi nel Paese e rilanciano il tema della competitività europea nel settore delle Life Sciences.

Secondo un’analisi condotta sul portale europeo CTIS, il database che raccoglie le sperimentazioni cliniche autorizzate nell’Unione Europea, in Italia sono attualmente attivi quasi 1.500 trial clinici. Di questi, circa il 77% è finanziato dall’industria farmaceutica.

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"Con quasi 1.500 studi in corso l’Italia ha sostanzialmente raggiunto la Germania per numero di trial attivi. Un risultato che conferma il valore del nostro ecosistema della ricerca biomedica", ha dichiarato Marcello Cattani, presidente di Farmindustria.

La ricerca clinica come fattore industriale e sanitario

Nel ragionamento dell’associazione dell’industria farmaceutica il tema non riguarda soltanto l’innovazione terapeutica, ma anche la capacità del Paese di attrarre investimenti e consolidare una filiera strategica dal punto di vista industriale.

"È un segnale importante della capacità dell’Italia di attrarre investimenti, competenze e innovazione in un contesto internazionale sempre più competitivo", ha sottolineato Cattani, aggiungendo che "le imprese farmaceutiche continuano a svolgere un ruolo determinante nello sviluppo della ricerca clinica, contribuendo in modo decisivo alla realizzazione degli studi e all’accesso dei pazienti a terapie innovative".

Il dato assume particolare rilievo in una fase in cui la ricerca clinica viene sempre più considerata un indicatore della qualità complessiva di un sistema sanitario. La presenza di trial attivi, infatti, non produce soltanto opportunità economiche o occupazionali, ma permette anche ai pazienti di accedere precocemente a percorsi terapeutici innovativi, soprattutto in aree come oncologia, neurologia e malattie immunologiche.

Il problema dei tempi di attivazione

Accanto agli elementi positivi, Farmindustria richiama però una criticità storica del sistema italiano: la lentezza nell’attivazione degli studi clinici.

Secondo le analisi di ALTEMS, ogni ritardo di circa 2,5 giorni nell’avvio di una sperimentazione comporterebbe la perdita potenziale di un paziente arruolato per ciascuno studio. Un dato che, su larga scala, produce effetti significativi sulla capacità competitiva del Paese.

L’associazione stima infatti che, riducendo i tempi autorizzativi e organizzativi, l’Italia avrebbe potuto arruolare mediamente 16 pazienti in più per ogni sperimentazione clinica. Limitandosi alle quattro principali aree terapeutiche - oncologia, cardio-metabolico, sistema nervoso e immunologia - il potenziale perso tra il 2022 e il 2025 supererebbe i 10.500 pazienti.

Un elemento che riporta al centro un tema ricorrente nel dibattito sulla governance sanitaria: la differenza tra disponibilità teorica di eccellenze cliniche e reale capacità del sistema di tradurre rapidamente queste competenze in attività di ricerca strutturata.

La competizione globale si sposta fuori dall’Europa

Nel messaggio di Farmindustria emerge anche una preoccupazione geopolitica e industriale più ampia. Secondo i dati IQVIA citati dall’associazione, il peso dell’Europa nella ricerca clinica mondiale si sarebbe drasticamente ridotto negli ultimi quindici anni.

Nel 2009 l’Unione Europea controllava circa il 44% degli studi clinici globali. Una quota che oggi si sarebbe sostanzialmente dimezzata, mentre Stati Uniti e Cina arriverebbero nel 2025 a controllare congiuntamente il 65% dei nuovi trial clinici avviati nel mondo.

"Gli Stati Uniti hanno mantenuto la loro leadership storica attraverso la stabilità, la Cina ha recuperato velocemente. E l’Europa è relegata a un distante terzo posto", ha osservato Cattani.

Una lettura che si inserisce nel dibattito sempre più ampio sulla sovranità industriale europea nelle scienze della vita, soprattutto dopo la pandemia e nel contesto della crescente competizione tecnologica internazionale.

Governance, semplificazione e integrazione con il SSN

Per Farmindustria la partita si giocherà soprattutto sulla capacità di semplificare i processi autorizzativi, rafforzare le competenze e rendere più stabile e favorevole il quadro regolatorio per gli investimenti in ricerca e sviluppo.

"Accelerare i tempi di attivazione degli studi clinici, incentivare gli investimenti e potenziare la capacità di arruolamento dei pazienti significa anche rafforzare il Servizio sanitario nazionale e aumentare l’attrattività dell’Italia per la R&S", ha dichiarato ancora il presidente di Farmindustria.

Nel passaggio forse più politico della nota, Cattani lega direttamente ricerca e qualità dell’assistenza: "Dove si fa ricerca, si cura meglio. Più la dimensione della ricerca sarà integrata con quella dell’assistenza e maggiore sarà il vantaggio".

Un concetto che negli ultimi anni è diventato centrale anche nella programmazione sanitaria nazionale, soprattutto rispetto al ruolo degli IRCCS, delle reti oncologiche e delle piattaforme territoriali per l’arruolamento dei pazienti.

Secondo Farmindustria, l’Italia avrebbe ancora margini importanti per consolidare il proprio posizionamento internazionale grazie a "qualità scientifica, capacità industriale, eccellenze cliniche e una forte integrazione tra pubblico e privato". Resta però aperta la questione della capacità del sistema di trasformare questi punti di forza in una struttura realmente competitiva su scala globale.

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