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Farmindustria: "L'Europa rischia di perdere la sfida globale del farmaco"

Aziende farmaceutiche Redazione politico sanitaria | 23/06/2026 12:25

L'assemblea annuale rilancia il tema della competitività. Sullo sfondo la politica americana sui prezzi, la crescita della Cina e il timore di una riduzione degli investimenti in Europa.

L'industria farmaceutica italiana guarda con crescente preoccupazione agli equilibri che stanno ridisegnando il mercato globale del farmaco. È uno dei messaggi più forti emersi dall'Assemblea 2026 di Farmindustria, che ha confermato Marcello Cattani alla presidenza e ha posto al centro del dibattito il tema della competitività internazionale del settore.

Secondo l'associazione delle imprese del farmaco, l'Italia si presenta con numeri particolarmente solidi. Negli ultimi dieci anni l'export farmaceutico è cresciuto del 248%, raggiungendo nel 2025 i 69 miliardi di euro. Un risultato che ha consentito al comparto di contribuire per circa un terzo all'obiettivo fissato dal Governo di portare le esportazioni italiane a 700 miliardi entro il 2027.

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La preoccupazione per il nuovo scenario globale

Ma dietro i dati positivi emerge una preoccupazione che va ben oltre i confini nazionali. Farmindustria individua infatti nella crescente competizione tra Stati Uniti, Cina ed Europa il principale terreno sul quale si giocherà il futuro dell'innovazione farmaceutica.

Particolare attenzione viene riservata alla politica della cosiddetta Most Favored Nation (MFN) promossa dall'amministrazione statunitense, che punta a modificare gli attuali equilibri internazionali del mercato farmaceutico. Secondo Farmindustria, la misura rischia di accentuare ulteriormente la competizione globale per attrarre investimenti, ricerca e capacità produttiva. "L'Europa rischia di diventare meno competitiva", ha affermato Cattani, sottolineando come Stati Uniti e Cina stiano rafforzando gli strumenti a disposizione per attrarre nuovi investimenti industriali e scientifici.

La ricerca diventa una questione geopolitica

Il tema va oltre il semplice mercato del farmaco. Da alcuni anni ricerca biomedica, innovazione tecnologica e sviluppo industriale sono entrati a pieno titolo tra gli strumenti della competizione geopolitica.

Gli Stati Uniti hanno recentemente annunciato un vasto piano per accelerare la ricerca clinica e ridurre i tempi di sviluppo dei nuovi medicinali attraverso una maggiore integrazione di intelligenza artificiale, big data sanitari e medicina traslazionale. Parallelamente la Cina continua ad aumentare il proprio peso nelle biotecnologie, nella ricerca clinica e nella capacità produttiva.

In questo contesto, la capacità di attrarre investimenti farmaceutici non rappresenta soltanto un obiettivo economico, ma diventa un fattore strategico di autonomia industriale, innovazione tecnologica e sicurezza sanitaria.

Il rischio europeo

È proprio su questo punto che si concentra il ragionamento di Farmindustria. Secondo l'associazione, l'Europa potrebbe trovarsi in una posizione sempre più difficile se non riuscirà a conciliare competitività e sostenibilità regolatoria. L'organizzazione cita alcuni segnali che considera preoccupanti, tra cui la riduzione dei lanci di nuovi farmaci nel mercato europeo registrata dopo l'annuncio della politica americana sui prezzi e il crescente interesse degli investitori verso mercati percepiti come più attrattivi.

Da qui la richiesta di un "patto" tra istituzioni e imprese per preservare la capacità del Paese di attrarre ricerca, produzione e investimenti in una fase che Farmindustria considera decisiva per la ridefinizione della geografia mondiale dell'innovazione farmaceutica.

Tra competitività e accesso alle cure

La discussione apre però anche interrogativi più ampi. Se da un lato la competizione globale spinge verso procedure più rapide, utilizzo intensivo dei dati e maggiore integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi di ricerca, dall'altro resta aperto il tema dell'equilibrio tra velocità dell'innovazione, sostenibilità economica e garanzie per i cittadini.

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