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CGIL: “A 48 anni dalla legge 194 il diritto all’aborto non è pienamente esigibile”

Il sindacato denuncia ostacoli nell’applicazione della legge 194 tra obiezione di coscienza, carenza di consultori e differenze territoriali.
Sindacato

A quarantotto anni dall’entrata in vigore della legge 194, la CGIL torna a denunciare le difficoltà che, secondo il sindacato, continuano a limitare l’accesso effettivo all’interruzione volontaria di gravidanza in diverse aree del Paese. "A 48 anni dall'entrata in vigore della legge che ha riconosciuto anche in Italia il diritto all'aborto libero e sicuro, questo resta per molte donne di difficile esigibilità", affermano le segretarie confederali Daniela Barbaresi e Lara Ghiglione in occasione dell’anniversario della legge del 22 maggio 1978.

Secondo la CGIL, le principali criticità riguardano "l'elevato numero di medici obiettori, la perdurante opposizione di alcune Regioni all'aborto farmacologico e anche la mancanza di consultori".

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Il tema delle differenze territoriali

Nel comunicato il sindacato collega il tema dell’IVG anche alle disomogeneità organizzative presenti sul territorio nazionale. La questione dell’accesso ai servizi previsti dalla legge 194 continua infatti a rappresentare uno dei punti più dibattuti nel confronto tra istituzioni, associazioni, professionisti sanitari e movimenti femministi, soprattutto rispetto all’impatto dell’obiezione di coscienza e alla distribuzione dei servizi consultoriali.

La CGIL denuncia inoltre "l'attacco all'autodeterminazione delle donne condotto dalle destre ultraconservatrici di ispirazione cattolica", sostenendo che il tema non riguardi soltanto l’organizzazione sanitaria ma anche il quadro culturale e politico internazionale.

La richiesta di rafforzare il SSN

"È urgente intervenire e sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare per il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale e per rendere effettivo il diritto alla salute e alla libertà delle donne di scegliere", affermano Barbaresi e Ghiglione.Il sindacato chiede quindi una piena applicazione della legge 194/78 attraverso il potenziamento dei consultori familiari e una maggiore uniformità territoriale nell’accesso ai servizi.

Nel dettaglio, la CGIL indica come priorità la garanzia dell’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica in ogni distretto sanitario, la gratuità degli anticoncezionali, il rafforzamento dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e l’esclusione delle associazioni antiabortiste dai consultori.

Un dibattito che resta aperto

A quasi mezzo secolo dall’approvazione della legge 194, il tema continua dunque a mantenere una forte rilevanza politica, sanitaria e culturale.

Negli ultimi anni il confronto si è progressivamente spostato dalla sola legittimità giuridica dell’interruzione volontaria di gravidanza alla concreta capacità del sistema sanitario di garantire accesso uniforme ai servizi previsti dalla legge, soprattutto nelle aree caratterizzate da maggiore carenza di personale o da più elevati livelli di obiezione di coscienza.

Ed è proprio su questo equilibrio tra diritto formalmente garantito e reale possibilità di accesso alle prestazioni che continua a concentrarsi una parte significativa del dibattito pubblico sulla legge 194.

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