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Sanità digitale e IA, Leone XIV: “Il rischio è trasformare i pazienti in profili”

Sanità Digitale Giulio Divo | 26/05/2026 10:56

Nell’enciclica “Magnifica Humanitas” il Papa affronta dati sanitari, algoritmi e responsabilità umana nella cura.

Per comprendere davvero il significato dell’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV occorre probabilmente superare la forma spesso dotta - o comunque dottrinale - del linguaggio religioso e guardare ai temi concreti che il documento cala sul tavolo con inesorabile chiarezza. Perché - almeno nella parte dedicata all’intelligenza artificiale - il testo non parla soltanto alla coscienza dei credenti, ma entra in uno dei terreni più delicati della sanità contemporanea: il governo dei dati, degli algoritmi e delle piattaforme digitali che stanno progressivamente modificando l’accesso alle cure, l’organizzazione dei servizi e la relazione tra medico e paziente.



O forse sarebbe più esaustivo dire che sta cambiando il senso stesso della sanità intesa come servizio.

Il punto non è il rifiuto della tecnologia. L’enciclica non propone una visione nostalgica o antiscientifica, ma richiama la necessità di non confondere lo strumento con il soggetto della cura. L’intelligenza artificiale può sostenere la diagnosi, migliorare l’organizzazione dei percorsi, aiutare la ricerca e rendere più efficiente l’uso delle informazioni sanitarie. Ma non può diventare il luogo ultimo della decisione clinica, né il dispositivo attraverso cui la responsabilità umana si dissolve dentro una procedura automatizzata.

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Fono qui l’accordo può definirsi unanime da ogni punto di vista e non è un caso che incontri direttamente un tema molto caro anche alla FNOMCeO: la relazione di cura. Da tempo la Federazione degli Ordini dei medici insiste sul fatto che l’innovazione tecnologica, compresa l’IA, debba restare dentro un quadro professionale in cui la responsabilità finale appartiene al medico e la persona assistita non venga ridotta a caso, dato o sequenza procedurale. La tecnologia può entrare nella relazione terapeutica, ma non può sostituirne il fondamento umano, deontologico e fiduciario.

Quando l’algoritmo diventa decisione

Leone XIV spinge il ragionamento nel campo del "triage digitale". Il rischio che indica non è soltanto quello di una medicina meno empatica, ma quello di una decisione sanitaria che si presenta come neutrale perché affidata al calcolo. "Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane", scrive il Pontefice.

È un passaggio che riguarda da vicino anche la sanità pubblica. Ogni sistema sanitario, soprattutto quando le risorse sono limitate, è costretto a definire priorità, accessi, tempi, percorsi e criteri di appropriatezza. Se questi processi vengono delegati a modelli algoritmici, il rischio è che la decisione diventi apparentemente oggettiva proprio nel momento in cui incide su diritti fondamentali.

Il Papa usa un’espressione molto forte: "l’ingiustizia si fa silenziosa". Significa che ciò che un tempo sarebbe stato riconoscibile come scelta politica o clinica può diventare un esito tecnico, difficilmente contestabile dal paziente e persino dal professionista. In sanità questo tema è cruciale, perché l’appropriatezza non è mai soltanto statistica. È anche valutazione del contesto, della fragilità, della storia individuale, della proporzione tra beneficio atteso e condizione concreta della persona.

La cura non è una relazione artificiale

L’altro punto centrale riguarda la relazione. Leone XIV ricorda infatti che l’intelligenza artificiale "non vive una esperienza, non possiede un corpo, non attraversa la gioia e il dolore" e non può assumere su di sé "il peso delle conseguenze".

Anche qui il riferimento alla sanità è indiscutibile. L’IA può supportare il medico, ma non può condividere con il paziente la responsabilità di una decisione difficile, né può sostenere quella dimensione relazionale che permette alla cura di non ridursi a prestazione. La medicina contemporanea ha bisogno di strumenti tecnologici avanzati, ma continua ad avere bisogno di qualcuno che risponda, spieghi, assuma responsabilità e resti riconoscibile come interlocutore umano.

È esattamente il punto su cui si gioca l’equilibrio tra innovazione e deontologia. La relazione di cura può avvalersi dell’intelligenza artificiale, ma non può essere trasferita all’intelligenza artificiale. La responsabilità professionale resta del medico, così come resta umano il compito di interpretare il dato alla luce della persona che si ha davanti.

I dati sanitari come nuovo terreno del potere

Ma vi è una parte ancora più avanzata - nell’enciclica - che è quella dedicata ai dati sanitari. Leone XIV parla di "flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici" come nuove "terre rare" del potere contemporaneo. E aggiunge che "chi possiede i dati sanitari di intere popolazioni, oggi raccolti spesso sotto il segno dell’aiuto, della ricerca o dell’innovazione, possiede in realtà una leva strutturale sul futuro".

Qui il discorso supera la bioetica tradizionale ed entra in una dimensione propriamente cyberpolitica. Il tema non è più soltanto come proteggere il singolo dato clinico, ma chi controlla le infrastrutture attraverso cui quei dati vengono raccolti, ordinati, analizzati e trasformati in conoscenza, mercato, orientamento dei comportamenti e capacità di governo.

È una questione che riguarda anche l’ingresso delle grandi piattaforme tecnologiche nella sanità, dai sistemi di prenotazione alle interfacce digitali di accesso alle prestazioni, fino agli strumenti di analisi predittiva. Chi controlla l’interfaccia, infatti, non controlla soltanto un servizio. Può progressivamente condizionare i percorsi, classificare i bisogni, orientare le priorità e accumulare informazioni sanitarie di enorme valore strategico.

Un monito anche per la sanità

L’enciclica non è quindi un testo laterale rispetto alla sanità. È un intervento culturale su un cambiamento che riguarda già oggi medici, aziende sanitarie, legislatori, industria farmaceutica e piattaforme digitali.

Il Papa chiede che l’IA sia "disarmata", cioè sottratta alla logica della competizione economica, cognitiva e tecnologica senza regole. Non significa rinunciare all’innovazione, ma renderla trasparente, discutibile, contestabile e abitabile. Tradotto nel linguaggio della sanità, significa che la digitalizzazione non può limitarsi a introdurre nuovi strumenti. Deve chiarire chi decide, chi risponde, chi controlla i dati e come viene protetta la persona quando diventa paziente, cioè quando è più fragile, più esposta e più dipendente dalle scelte altrui.

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