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Iperconnessione e rischio clinico: quando la (finta) sanità digitale scarica tutto sul medico di famiglia

Carenza di MMG e comunicazione continua non regolamentata aumentano il sovraccarico cognitivo. E il burnout può incidere anche sul rischio di errore clinico.
Professione

La digitalizzazione della medicina territoriale sarà un processo inevitabile e positivo: più contatti digitali, maggiore rapidità di accesso, comunicazioni semplificate e relazione più immediata tra medico e paziente. Nella pratica quotidiana dei medici di medicina generale, però, questa trasformazione è ancora lontana. Più che una sanità digitale realmente organizzata, molti professionisti descrivono un sistema basato su reperibilità continua, interruzioni costanti e flussi comunicativi distribuiti lungo tutta la giornata lavorativa.

Il problema non riguarda soltanto la gestione di chat, vocali o messaggi - tema già emerso anche rispetto alla tracciabilità delle comunicazioni cliniche e alla tutela della privacy - quanto il fatto che smartphone e messaggistica sono diventate, di fatto, uno strumento compensativo rispetto alla crescente difficoltà di accesso al sistema sanitario territoriale.

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La carenza di MMG cambia il rapporto con i pazienti

La riduzione progressiva del numero dei medici di medicina generale, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle cronicità stanno aumentando enormemente la pressione assistenziale sul territorio.

In questo contesto, molti pazienti utilizzano i canali digitali come scorciatoia organizzativa: una fotografia inviata al medico invece di una visita, un vocale al posto di un contatto strutturato con lo studio, una richiesta clinica distribuita attraverso messaggi rapidi nel corso della giornata.

Il sistema, almeno in parte, continua a funzionare proprio grazie a questa disponibilità informale e permanente dei professionisti. Ma il rischio è che la medicina territoriale finisca per trasformarsi in una forma di assistenza continua non organizzata, nella quale il medico viene sottoposto a un flusso costante di micro-richieste, interruzioni e decisioni simultanee.

Il sovraccarico cognitivo può aumentare il rischio di errore

Negli ultimi anni il tema del burnout medico è uscito dalla dimensione puramente psicologica ed è entrato direttamente nel dibattito sulla sicurezza delle cure. La letteratura scientifica collega infatti sempre più chiaramente il sovraccarico lavorativo e cognitivo al rischio di errore professionale.

In un documento pubblicato dalla SIMG, dedicato proprio al burn-out nella medicina generale, si legge che "un medico affetto da burn-out è molto più a rischio nel commettere errori professionali". Lo stesso documento individua tra le principali cause del fenomeno l’eccesso di carico operativo, burocratico e organizzativo che progressivamente allontana il medico dall’attività clinica propriamente detta.

Il tema non riguarda soltanto il numero di ore lavorate, ma soprattutto la qualità dell’attenzione richiesta. La continua alternanza tra visite, telefonate, piattaforme, attività amministrative e comunicazioni digitali produce infatti una frammentazione cognitiva che molti professionisti descrivono ormai come strutturale.

Anche studi dedicati allo stress lavorativo in sanità evidenziano come l’eccessivo carico di lavoro e la continua pressione organizzativa possano compromettere lucidità decisionale, concentrazione e capacità di valutazione clinica.

Questa non è ancora vera sanità digitale

Il paradosso è che gran parte della cosiddetta "digitalizzazione" della medicina territoriale si basa su strumenti nati per comunicazioni informali e non per la gestione strutturata dell’attività sanitaria.

La vera sanità digitale dovrebbe ridurre il caos organizzativo, migliorare la tracciabilità, integrare i dati clinici e proteggere il tempo professionale del medico. Non aumentare la quantità di micro-interazioni distribuite in modo casuale lungo l’intera giornata.

Anche il Garante per la protezione dei dati personali, nei documenti dedicati alle piattaforme di comunicazione medico-paziente, ha chiarito che gli strumenti digitali possono facilitare prenotazioni, gestione documentale e comunicazioni, ma non eliminano la responsabilità professionale del sanitario né sostituiscono la necessità di procedure organizzative chiare.

Il rischio è scaricare la crisi del territorio sul singolo professionista

La sensazione è che il sistema sanitario stia affrontando la crisi della medicina territoriale trasferendo progressivamente sul singolo medico una quota crescente di disponibilità personale e carico organizzativo. Da un lato si chiede ai MMG di gestire più pazienti, più cronicità e maggiore continuità assistenziale. Dall’altro, gli strumenti digitali rischiano di trasformarsi in una forma di reperibilità permanente che estende il lavoro ben oltre gli spazi tradizionali dell’ambulatorio.

Ed è qui che emerge la questione centrale: una sanità digitale realmente tale dovrebbe servire a organizzare meglio i flussi assistenziali e a ridurre il sovraccarico cognitivo. Non a trasformare il medico di famiglia in un terminale continuamente acceso di richieste distribuite tra smartphone, notifiche e messaggi senza confini chiari.

Professione
Commenti
AG
Antonio Gala
E’ la pura verità dei fattI
Rispondi
22/05/2026 08:49
1 Risposte

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