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Sclerosi multipla, la prognosi entra nell’era della medicina di precisione

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Prevedere come evolverà la sclerosi multipla per scegliere fin dall’inizio la terapia più adatta a ogni singolo paziente. È questa la nuova frontiera della ricerca sulla malattia neurologica cronica che colpisce oltre 145 mila persone in Italia e rappresenta una delle principali cause di disabilità neurologica nei giovani adulti. Un obiettivo che oggi appare più vicino grazie a una revisione sistematica pubblicata su Nature Reviews Neurology, destinata a cambiare i criteri con cui viene definita la prognosi della malattia.

A guidare il lavoro è stato il Consorzio europeo MAGNIMS (Magnetic Resonance Imaging in MS), con un ruolo di primo piano dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma.

Primo autore dello studio è il dottor Luca Prosperini, neurologo del San Camillo, mentre autore senior e corrispondente è il professor Claudio Gasperini, direttore della UOC di Neurologia e Neurofisiopatologia del medesimo ospedale. Un contributo rilevante è arrivato inoltre dal professor Luca Battistini, direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia IRCCS. 

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Un nuovo modello previsionale

Per molti anni la valutazione prognostica della sclerosi multipla si è basata principalmente sulla presenza e sul numero delle lesioni osservabili con la risonanza magnetica. Secondo i ricercatori, tuttavia, questo approccio non è più sufficiente. La revisione propone infatti un modello multidimensionale che considera non solo quante lesioni sono presenti, ma anche la loro localizzazione nel sistema nervoso centrale, i circuiti neurologici coinvolti e la capacità del cervello di compensare il danno. Un cambio di paradigma che punta a descrivere la malattia in modo più accurato e personalizzato.

I fattori per una prognosi più accurata

Il nuovo schema identifica tre dimensioni fondamentali. La prima riguarda la quantità complessiva del danno neurologico, valutabile attraverso diversi elementi: storia clinica del paziente, frequenza delle ricadute, progressione della disabilità, esami di risonanza magnetica e biomarcatori misurabili nel sangue, tra cui i neurofilamenti a catena leggera. La seconda dimensione è legata alla sede delle lesioni. I danni localizzati nel midollo spinale, nel tronco encefalico, nel cervelletto o nelle aree corticali possono infatti avere conseguenze prognostiche più significative rispetto a lesioni presenti in altre regioni del sistema nervoso. La terza riguarda invece la capacità individuale di compenso del cervello, influenzata da fattori come età, riserva cognitiva, patologie concomitanti e stile di vita.

La "riserva" del cervello può fare la differenza

È proprio quest’ultimo aspetto a rappresentare uno dei messaggi più innovativi dello studio. Gli autori evidenziano infatti come il danno provocato dalla malattia non determini automaticamente il livello di disabilità futura. «Il concetto chiave è quello di riserva», spiegano i ricercatori nella review, indicando la capacità del sistema nervoso di assorbire il danno senza trasformarlo immediatamente in sintomi clinici evidenti. Questa riserva non è fissa, ma può essere costruita e rafforzata nel corso della vita.

Secondo le evidenze raccolte, un più elevato livello di istruzione e una maggiore attività intellettuale sono associati a una progressione più lenta della disabilità e a migliori prestazioni cognitive. Anche l’attività fisica, praticata sia prima sia dopo la diagnosi, sembra favorire un decorso più positivo della malattia. 

Tra i fattori protettivi emergono inoltre adeguati livelli di vitamina D, associati a una minore attività della malattia e a migliori risultati cognitivi e motori. Parallelamente, smettere di fumare, mantenere il peso corporeo nella norma e seguire un’alimentazione equilibrata possono contribuire a ridurre l’impatto complessivo della patologia, compresi sintomi come affaticamento, dolore, depressione e deficit cognitivi.

Biomarcatori, strumenti decisivi

Un altro capitolo centrale della review riguarda il ruolo dei biomarcatori biologici. In particolare, i neurofilamenti a catena leggera vengono indicati come uno degli strumenti più promettenti per monitorare l’attività della malattia e valutare la risposta ai trattamenti. Accanto a questi, altri biomarcatori come GFAP, CXCL13 e CHIT1 potrebbero in futuro consentire una migliore distinzione tra le diverse componenti della patologia, aiutando i clinici a riconoscere più precocemente i processi infiammatori, neurodegenerativi e quelli apparentemente silenti.

Tecnologie digitali alleate dei neurologi

La medicina di precisione passa anche attraverso strumenti digitali capaci di raccogliere dati continui e oggettivi sullo stato di salute del paziente. Dispositivi indossabili, sistemi di monitoraggio del cammino, analisi della mobilità quotidiana, test neuropsicologici digitali e tecniche diagnostiche come l’OCT (tomografia a coerenza ottica) applicata allo studio della retina possono infatti individuare segnali precoci di danno neurologico ancora non evidenti durante una tradizionale visita clinica.

Dalla malattia al paziente unico

La sclerosi multipla è un processo biologico dinamico e continuo, nel quale infiammazione, neurodegenerazione e capacità di compenso interagiscono e cambiano nel tempo. «La prospettiva futura è passare da una gestione basata su categorie generali a una valutazione sempre più individuale, capace di guidare scelte terapeutiche tempestive, mirate e personalizzate», sottolinea la review. Un cambio di approccio che potrebbe consentire ai neurologi di intervenire prima e meglio, adattando le strategie terapeutiche alle caratteristiche di ciascun paziente e aprendo una nuova fase nella gestione della sclerosi multipla.

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