
C’è chi interrompe il percorso dopo un tentativo fallito. Ma c’è anche chi non arriva nemmeno a iniziare il trattamento. È una faccia meno visibile dell’infertilità, fatta di dubbi, paure, costi, stanchezza emotiva e incertezze sul futuro. Un fenomeno che oggi la ricerca scientifica inizia a quantificare con precisione e che potrebbe cambiare il modo stesso di valutare l’efficacia della Procreazione medicalmente assistita (PMA). Dopo gli studi che all’ESHRE 2026 hanno raccontato il passaggio dalla PMA come "tecnica del tentativo" a un progetto di genitorialità personalizzato e quelli dedicati alla medicina predittiva, un nuovo filone di ricerca sposta l’attenzione sulle persone e sulla loro capacità di proseguire il percorso nel tempo.
Il fenomeno dell’abbandono
A mettere in luce questo aspetto è una revisione sistematica coordinata da Federica Battista, ginecologa del Centro Genera di Roma e specializzanda dell’Università di Pavia, che ha analizzato 55 studi pubblicati tra il 1984 e il 2025. Lo studio introduce il concetto di non-conversion rate, ovvero il mancato avvio del trattamento dopo la prima consulenza specialistica. Un momento spesso sottovalutato, ma che riguarda una quota significativa di pazienti: il 23% nel settore privato e il 12% in quello pubblico.
Dietro questi numeri si intrecciano diversi fattori: la prognosi clinica, l’età materna, gli insuccessi precedenti, le difficoltà organizzative, il peso economico e soprattutto il carico psicologico che accompagna il percorso riproduttivo. Secondo gli autori, proprio per questo la continuità delle cure dovrebbe diventare uno degli indicatori centrali per valutare la qualità della PMA.
Non conta solo il singolo ciclo
Per anni il successo della fecondazione assistita è stato misurato quasi esclusivamente in base all’esito del singolo trattamento. Oggi gli esperti propongono una prospettiva differente, che guarda all’intero progetto riproduttivo della coppia. "Il successo della PMA non può essere letto solo come esito del singolo ciclo – spiega Alberto Vaiarelli, coordinatore medico-scientifico del Centro Genera Roma e co-coordinatore del Master in Biologia e Biotecnologia della Riproduzione dell’Università di Pavia. Dobbiamo considerare il percorso nel suo insieme: quante coppie arrivano davvero al trattamento, quante riescono a proseguire dopo un insuccesso, quanti ovociti abbiamo a disposizione e quale potenziale biologico hanno. È questa integrazione tra dati clinici e accompagnamento della coppia che può rendere il counselling realmente personalizzato". Un approccio che si collega direttamente ai temi emersi nei precedenti studi presentati al congresso europeo: personalizzazione delle cure, valutazione del potenziale biologico e costruzione di percorsi sempre più su misura.
Ogni ovocita ha un valore
Un secondo studio, guidato da Erika Pittana, ginecologa del Centro Genera di Roma, ricercatrice della IVIRMA Global Research Alliance e dottoranda presso l’Università di Roma Tor Vergata, ha analizzato 6.507 coppie sottoposte fino a sei cicli di fecondazione in vitro nell’arco di tre anni. I risultati mostrano che ogni ovocita maturo recuperato in più è associato a un aumento del 5,4% della probabilità di ottenere almeno un nato vivo e del 6,5% della probabilità di ottenerne due entro tre anni. Il dato rafforza il concetto di family building, sempre più centrale nella medicina della riproduzione: il valore di un trattamento non va valutato sul singolo tentativo, ma sulla possibilità di aiutare una coppia a realizzare il proprio progetto familiare nel tempo.
La probabilità cambia da coppia a coppia
Il numero degli ovociti, tuttavia, non racconta tutta la storia. Un terzo studio, presentato da Pasquale Petrone, ginecologo del centro IVI Roma e ricercatore della IVIRMA Global Research Alliance, ha analizzato 5.793 coppie e oltre 37 mila ovociti maturi per valutare il contributo reale di ciascun ovocita alla nascita di un bambino. La probabilità media osservata è del 7,7%, ma varia sensibilmente in base alle caratteristiche cliniche della coppia. Ogni anno in più dell’età materna riduce questa probabilità dello 0,9%, mentre la presenza di un severo fattore maschile determina una riduzione ulteriore del 2%. Secondo i ricercatori, questi dati confermano la necessità di strategie sempre più personalizzate e di percorsi costruiti sulle caratteristiche biologiche individuali, per ottimizzare tempi e possibilità di successo.
Accompagnare le persone
Le tre ricerche presentate all’ESHRE convergono verso una stessa conclusione: la fecondazione assistita sta diventando una medicina sempre più orientata alla persona. Se la medicina predittiva promette di individuare in anticipo i segnali biologici più importanti e se le nuove evidenze aiutano a personalizzare i trattamenti, il passo successivo è garantire che le coppie non vengano lasciate sole lungo il percorso. "Parlare di PMA oggi significa uscire dalla logica del "dentro o fuori" al primo tentativo – conclude Vaiarelli –. Ogni coppia ha una storia clinica diversa, una diversa riserva ovarica, un diverso potenziale biologico e anche una diversa capacità di sostenere il percorso. Per questo la medicina della riproduzione deve essere sempre più predittiva e personalizzata, ma anche capace di accompagnare le persone nel tempo".


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