
La sanità italiana discute di come rafforzare la ricerca, aumentare la capacità degli Irccs di trasferire l’innovazione nella pratica clinica, facilitare l’arruolamento dei pazienti negli studi e migliorare l’accesso alle nuove terapie. Ma una parte decisiva della lotta contro i tumori continua a giocarsi molto prima: nella capacità di convincere le persone a partecipare ai programmi di diagnosi precoce.
Nel 2024 oltre 14 milioni di italiani sono stati invitati a eseguire uno screening per il tumore della mammella, del colon-retto o della cervice uterina nell’ambito dei programmi organizzati dal Servizio sanitario nazionale.
Dalla ricerca alla diagnosi precoce, le diverse sfide dell’oncologia
Negli ultimi anni una parte importante delle politiche sanitarie in campo oncologico si è concentrata sull’innovazione. La riforma degli Irccs punta a rafforzare la qualità della ricerca e il trasferimento dei risultati nell’assistenza, mentre resta aperto il problema della capacità dell’Italia di attrarre studi clinici e arruolare un numero adeguato di pazienti. A questo si aggiungono il confronto sull’accesso precoce ai farmaci innovativi e il tema dell’uso compassionevole delle terapie per i pazienti che non dispongono di alternative terapeutiche.
Sono questioni decisive per il futuro dell’oncologia. I dati sugli screening mostrano però che una parte consistente della sfida continua a essere persa molto prima dell’arrivo del paziente nei centri di ricerca e negli ospedali.
"Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali compromettono l’efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose", afferma il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta.
Ampliare l’offerta non basta se i cittadini non aderiscono
I programmi organizzati di screening hanno l’obiettivo di raggiungere direttamente la popolazione interessata, offrendo gratuitamente gli esami previsti. Ma i dati mostrano una distanza ancora molto ampia tra disponibilità del servizio e partecipazione effettiva. Il problema presenta almeno due dimensioni. La prima riguarda la capacità delle Regioni di invitare la popolazione target e organizzare sistemi di recupero per chi non risponde alla prima chiamata. La seconda è rappresentata dalla decisione dei cittadini di aderire effettivamente al programma.
Le differenze territoriali sono profonde. In Calabria risponde all’invito per lo screening del colon-retto soltanto il 4,5% della popolazione interessata. L’adesione raggiunge il 12,2% per la cervice uterina e il 15,2% per la mammella. Tra le Regioni con le maggiori difficoltà figurano anche Sicilia e Campania. Ampliare ulteriormente l’offerta senza intervenire contemporaneamente sulle ragioni della mancata partecipazione rischia quindi di produrre risultati inferiori alle potenzialità delle risorse e dei servizi messi a disposizione.
Il ruolo della medicina generale nella diagnosi precoce
È su questo terreno che può assumere maggiore importanza il coinvolgimento della medicina generale. Il medico di famiglia rappresenta il professionista che più frequentemente mantiene un rapporto continuativo con le persone prima della comparsa della malattia. Può contribuire a individuare i pazienti che non hanno aderito agli inviti, spiegare il significato dello screening e contrastare paure, diffidenze e informazioni scorrette.
Il problema della mancata adesione non può naturalmente essere scaricato sui medici di medicina generale, già alle prese con carichi assistenziali e burocratici rilevanti. Ma un sistema che vuole aumentare la diagnosi precoce deve interrogarsi anche su come integrare maggiormente l’attività dei programmi organizzati con quella dell’assistenza territoriale.
Le conseguenze delle diagnosi mancate
Secondo l’analisi Gimbe, nel solo 2024 non sono stati intercettati attraverso i programmi organizzati oltre 11 mila carcinomi della mammella, quasi 9.700 lesioni precancerose della cervice uterina, 4.700 tumori del colon-retto e circa 25 mila adenomi avanzati. La mancata diagnosi precoce non rappresenta soltanto un’occasione perduta per il singolo paziente. Una malattia individuata in fase più avanzata può richiedere percorsi assistenziali più complessi e trattamenti più impegnativi, con conseguenze anche sull’organizzazione e sulle risorse del sistema sanitario.
La sfida dell’oncologia italiana si gioca quindi contemporaneamente su fronti molto diversi. Servono ricerca, innovazione, sperimentazioni cliniche e strumenti capaci di garantire l’accesso alle nuove terapie. Ma serve anche riuscire a portare i cittadini verso servizi di prevenzione che già esistono. Perché un sistema sanitario capace di sviluppare cure sempre più avanzate, ma che perde per strada più della metà delle persone invitate a un programma di diagnosi precoce, rischia di intervenire troppo tardi proprio dove avrebbe avuto maggiori possibilità di cambiare il corso della malattia.




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