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Infezioni ospedaliere, in Europa oltre 90 mila morti l’anno

Le infezioni correlate all’assistenza superano i 3,5 milioni di casi annui nell’Ue. Gli esperti richiamano l’attenzione anche su qualità dell’aria, superfici e ambienti di cura
Prevenzione

Ogni anno nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo si stimano oltre 3,5 milioni di casi di infezioni correlate all’assistenza, con più di 90 mila decessi. Un carico di malattia che, secondo l’Ecdc, supera quello prodotto complessivamente da infezioni come influenza e tubercolosi e rappresenta una quota rilevante del problema dell’antibiotico-resistenza.

Il tema non riguarda soltanto le procedure cliniche, l’igiene delle mani, l’uso degli antibiotici o la corretta gestione dei dispositivi invasivi. Una parte crescente dell’attenzione si concentra anche sugli ambienti nei quali le cure vengono erogate: qualità dell’aria interna, ventilazione, superfici, materiali, monitoraggio degli inquinanti e caratteristiche strutturali degli edifici ospedalieri. È su questo aspetto che insiste il contributo degli esperti di REair, azienda italiana specializzata in tecnologie per la depurazione indoor e outdoor, secondo cui aria stagnante, bioaerosol e superfici non adeguatamente trattate possono contribuire alla circolazione di microrganismi negli ambienti sanitari.

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Infezioni correlate all’assistenza, un problema non solo clinico

Le infezioni correlate all’assistenza si verificano durante il ricovero o il percorso di cura e rappresentano uno dei principali problemi di sicurezza dei pazienti. L’Ecdc stima che possano contribuire a prolungare le degenze, aumentare i costi sanitari e aggravare la mortalità. Una quota rilevante del carico dell’antibiotico-resistenza in Europa è inoltre legata proprio a queste infezioni.

Il fenomeno interessa anche l’Italia. Secondo i dati richiamati nel comunicato, nel nostro Paese si registrerebbero ogni anno circa 430 mila casi di infezioni correlate all’assistenza, oltre 11 mila decessi e costi aggiuntivi stimati in 800 milioni di euro per il Servizio sanitario nazionale, legati soprattutto al prolungamento delle degenze e alla necessità di trattamenti ulteriori. Il dato più rilevante, dal punto di vista della prevenzione, è che una parte consistente di queste infezioni può essere evitata. L’Ecdc richiama la possibilità di prevenire fino al 50% delle infezioni correlate all’assistenza attraverso misure efficaci di prevenzione e controllo.

Aria, bioaerosol e superfici: l’ambiente entra nella prevenzione

La prevenzione delle infezioni ospedaliere è stata tradizionalmente associata a procedure, comportamenti professionali e uso appropriato degli antibiotici. Questi aspetti restano centrali, ma non esauriscono il problema. Negli ambienti sanitari, la qualità dell’aria interna può essere influenzata da fattori esterni, come traffico e inquinanti industriali, e da fattori interni, legati all’attività clinica, alla presenza di pazienti, operatori e visitatori, all’uso di detergenti e disinfettanti, alle apparecchiature e alle caratteristiche degli impianti.

L’aria non adeguatamente rinnovata o purificata può favorire la permanenza di particelle sospese e bioaerosol, cioè particelle di origine biologica capaci di trasportare microrganismi. Le superfici ad alto contatto, come maniglie, corrimano, letti, tendaggi divisori e servizi igienici, possono a loro volta diventare un serbatoio di contaminazione se non inserite in una strategia di prevenzione continuativa. Il punto, sottolineano gli esperti, non è sostituire le pratiche già consolidate di sanificazione, ventilazione e filtrazione, ma integrarle in un approccio più ampio. La qualità dell’ambiente di cura dipende infatti dall’interazione tra aria, superfici, comportamenti, impianti e organizzazione degli spazi.

Il paradosso degli ospedali: curare può generare inquinanti indoor

La qualità dell’aria negli ospedali non dipende quindi soltanto dagli inquinanti che arrivano dall’esterno. Una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Healthcare Engineering, basata sull’analisi della letteratura disponibile sugli ambienti di degenza, mostra come l’aria indoor in ospedale sia influenzata da molteplici fattori, tra cui ventilazione, microclima, materiali, attività cliniche e presenza di sostanze chimiche.

Il comunicato richiama in particolare un elemento controintuitivo: nei reparti di degenza la concentrazione di alcuni inquinanti chimici può risultare superiore a quella esterna. La ragione è legata anche alle normali attività assistenziali. Per garantire igiene e sicurezza si utilizzano detergenti e disinfettanti che possono rilasciare composti organici volatili. In alcune aree cliniche possono essere presenti gas anestetici o altri gas medici che richiedono adeguati sistemi di controllo e ricambio.

Si crea così un paradosso: pratiche indispensabili alla cura e alla prevenzione possono contribuire, se non correttamente gestite, alla presenza di contaminanti nell’aria interna. Per questo la qualità dell’aria non può essere considerata un tema accessorio di edilizia o impiantistica, ma una componente della sicurezza delle cure.

Dalla sanificazione periodica alla protezione continuativa

Gli esperti propongono di superare la distinzione rigida tra aria e superfici. Le strategie di prevenzione dovrebbero includere ventilazione, filtrazione, sanificazione, monitoraggio dell’aria, gestione dei materiali e controllo delle superfici più esposte al contatto. La sanificazione periodica resta un pilastro della prevenzione, ma presenta un limite evidente: agisce in momenti definiti e sulle superfici raggiungibili. Tra un intervento e l’altro, gli ambienti continuano a essere frequentati, toccati, attraversati e modificati dall’attività assistenziale.

Da qui l’interesse per soluzioni capaci di mantenere più a lungo condizioni ambientali sicure, purché valutate con criteri scientifici e integrate nei protocolli esistenti. REair propone, ad esempio, tecnologie fotocatalitiche applicate alle superfici come integrazione dei sistemi di ventilazione, filtrazione e pulizia. Il tema, tuttavia, non riguarda un singolo prodotto, ma la necessità di considerare la prevenzione delle infezioni come un insieme di interventi coordinati.

Monitorare l’aria per intercettare le criticità

Un altro elemento indicato dagli esperti è il monitoraggio continuo della qualità dell’aria. Negli ambienti ospedalieri i parametri possono cambiare rapidamente in base al numero di persone presenti, al tipo di attività svolta, al funzionamento degli impianti, alla temperatura, all’umidità e alla ventilazione. La misurazione di anidride carbonica, particolato, temperatura, umidità e, dove previsto, indicatori microbiologici consente di individuare più rapidamente eventuali criticità. In questo modo la qualità dell’aria diventa un parametro da osservare nel tempo e non solo una caratteristica da verificare occasionalmente.

Il monitoraggio riguarda anche il personale sanitario. Medici, infermieri, operatori sociosanitari, tecnici e personale di supporto trascorrono molte ore all’interno degli ambienti di cura e sono esposti sia al rischio biologico sia agli inquinanti indoor. Migliorare la qualità degli spazi significa quindi tutelare non soltanto i pazienti più fragili, ma anche chi lavora negli ospedali.

Ospedali vecchi e interventi possibili

Il problema assume una rilevanza particolare in un Paese come l’Italia, dove una quota importante del patrimonio ospedaliero è costituita da edifici datati. Secondo stime circa il 70% degli ospedali italiani avrebbe più di cinquant’anni, un dato che rende più complesso intervenire con opere strutturali profonde e rapide.

Questo non significa che gli interventi siano impossibili. Significa però che le strategie devono essere compatibili con strutture spesso difficili da ristrutturare, con impianti non sempre moderni e con attività assistenziali che non possono essere sospese. Ventilazione, filtrazione, materiali, protocolli di pulizia, tecnologie integrative e monitoraggio devono quindi essere valutati anche in base alla loro applicabilità negli edifici esistenti.

La prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza non può dipendere soltanto da grandi interventi edilizi, ma richiede un insieme di azioni sostenibili, misurabili e adattabili ai diversi contesti.

Prevenire le infezioni significa ridurre costi e rischi

Ogni infezione correlata all’assistenza può determinare degenze più lunghe, maggiore ricorso ad antibiotici, ulteriori esami, trattamenti aggiuntivi e, nei casi più gravi, ricovero in terapia intensiva. A questo si aggiungono il rischio di contenzioso e l’impatto sull’organizzazione degli ospedali. Per questo la qualità dell’aria e degli ambienti di cura non dovrebbe essere considerata soltanto un tema tecnico, ma una parte della prevenzione e della gestione del rischio clinico.

La prospettiva indicata dagli esperti è quella di ospedali più resistenti alla trasmissione delle infezioni, progettati e gestiti in modo da ridurre stabilmente la circolazione dei patogeni nella pratica quotidiana. Non basta reagire agli episodi critici o potenziare la sanificazione in modo episodico: serve integrare qualità dell’aria, superfici, materiali, impianti e comportamenti professionali in una strategia continua.

Il dato europeo sulle infezioni correlate all’assistenza mostra la dimensione del problema. La qualità degli ambienti non ne esaurisce le cause, ma rappresenta uno dei fattori sui quali intervenire per aumentare la sicurezza dei pazienti, proteggere gli operatori e ridurre il peso clinico ed economico delle infezioni ospedaliere.

Prevenzione
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