
Continuare gli SSRI in gravidanza può associarsi a qualche difficoltà in più nelle prime fasi dopo la nascita, ma non sembra aumentare il rischio delle complicanze neonatali più gravi. È questo il messaggio centrale di uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che ha confrontato donne che hanno proseguito la terapia con donne che l’avevano interrotta prima della gravidanza.
L’analisi ha preso in esame oltre mille gravidanze per gli esiti non malformativi e più di 800 per le anomalie congenite. Nei nati esposti alla prosecuzione degli SSRI, i ricercatori hanno osservato punteggi di Apgar leggermente più bassi a 1 e 5 minuti e una maggiore presenza di meconio nel liquido amniotico.
Non sono invece emerse differenze significative per ricovero in terapia intensiva neonatale, parto pretermine, basso peso alla nascita, distress respiratorio, problemi di alimentazione, ipoglicemia, ipotermia o malformazioni congenite maggiori. Anche per le cardiopatie congenite non è stato rilevato un aumento chiaro del rischio, anche se su questo punto gli autori invitano alla prudenza per il numero limitato di casi.
Il lavoro aggiunge un elemento importante al dibattito clinico perché non ha confrontato le donne in terapia con donne mai esposte ad antidepressivi, ma con pazienti che avevano usato SSRI prima del concepimento e poi li avevano sospesi. Questa scelta rende il confronto più credibile e aiuta a distinguere meglio il possibile effetto del farmaco da quello della depressione o di altri fattori materni.
Il messaggio, quindi, non è che gli SSRI siano privi di effetti, ma che gli esiti osservati riguardano soprattutto una fase iniziale di adattamento del neonato e non un aumento degli eventi più severi nel campione studiato. Gli stessi autori ricordano però che si tratta di uno studio osservazionale, condotto in un solo centro, basato su cartelle cliniche e limitato ai nati vivi; inoltre non sempre era disponibile una misura diretta della gravità della depressione materna.
Per questo i risultati vanno letti in ottica di equilibrio clinico. Sospendere una terapia efficace in gravidanza non è una decisione neutra, e il possibile impatto sul neonato va sempre valutato insieme al rischio di ricaduta depressiva materna e alle conseguenze sulla salute della donna e del bambino.




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