
La Camera ha approvato in via definitiva il disegno di legge che introduce una nuova disciplina della detenzione domiciliare per le persone detenute con tossicodipendenza o alcoldipendenza, ampliando le possibilità di accesso ai percorsi terapeutici alternativi alla permanenza in carcere. Il provvedimento, fortemente sostenuto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, punta a coniugare l'esecuzione della pena con programmi di recupero e reinserimento sociale, rafforzando il ricorso a percorsi terapeutico-riabilitativi strutturati.
La riforma introduce nel Testo unico in materia di stupefacenti la nuova fattispecie della "detenzione domiciliare in casi particolari", destinata ai condannati a una pena detentiva, anche residua, non superiore a otto anni che aderiscano a un programma terapeutico socio-riabilitativo residenziale o semiresidenziale.
Più spazio ai percorsi terapeutici
Rispetto alla disciplina previgente, la legge amplia la platea dei possibili beneficiari, innalzando da sei a otto anni il limite della pena per l'accesso alla misura alternativa. La richiesta dovrà essere accompagnata dalla valutazione dell'effettiva e attuale condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza e dall'idoneità del programma terapeutico predisposto per il recupero della persona.
Il percorso coinvolge direttamente i servizi pubblici per le dipendenze (SerD), chiamati a effettuare la valutazione clinica in collaborazione con l'Ufficio di esecuzione penale esterna (UEPE) e, quando necessario, con l'Amministrazione penitenziaria. La decisione finale resta affidata al Tribunale di sorveglianza, che valuterà la capacità del programma di favorire il recupero del detenuto e ridurre il rischio di recidiva.
Le possibili difficoltà di attuazione
Se il principio della riforma, cioè privilegiare il percorso terapeutico per persone con una dipendenza certificata, appare largamente condivisibile, l'attuazione concreta apre alcune questioni organizzative che riguardano direttamente il Servizio sanitario nazionale.
L'ampliamento della platea dei beneficiari comporterà infatti un incremento delle attività di valutazione, definizione dei programmi terapeutici e monitoraggio clinico, funzioni che ricadranno in larga parte sui SerD e sulla rete dei servizi territoriali. Si tratta di strutture che, in molte realtà, operano già in condizioni di carenza di personale e con una domanda assistenziale in costante crescita.
Il rischio è che una riforma ispirata a un principio condivisibile finisca per gravare su servizi già sottoposti a una forte pressione organizzativa, rendendo necessario un adeguato rafforzamento delle risorse professionali e della rete assistenziale.
Le prossime tappe
La legge prevede inoltre l'elaborazione, entro quattro mesi, di linee guida da parte di una commissione istituita presso il Dipartimento per le politiche contro la droga e le altre dipendenze della Presidenza del Consiglio, con l'obiettivo di uniformare i criteri di valutazione sul territorio nazionale.
Per il sistema sanitario, la vera sfida inizierà dunque dopo l'entrata in vigore della riforma. L'efficacia del nuovo modello dipenderà non solo dall'impianto normativo, ma anche dalla capacità dei servizi territoriali di assorbire il nuovo carico di attività senza compromettere le funzioni di presa in carico e cura già oggi svolte quotidianamente.




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