
Inserire sepsi e shock settico tra le reti tempo-dipendenti nazionali, con protocolli uniformi e percorsi capaci di accompagnare il paziente anche dopo la dimissione. È la richiesta rilanciata da Cittadinanzattiva in vista della Giornata mondiale della sepsi del 13 settembre, sulla base del position paper dedicato alla diagnosi precoce e all'accesso tempestivo alle cure.
A sostenere la proposta sono innanzitutto le dimensioni del problema. In Italia si stimano circa 250mila casi di sepsi ogni anno e tra 50mila e 70mila decessi. Lo shock settico ne rappresenta la forma più grave e la tempestività della diagnosi e del trattamento può incidere in maniera decisiva sulla prognosi.
La richiesta di Cittadinanzattiva parte proprio dalla necessità di rendere più omogenea la risposta del Servizio sanitario. Il position paper è stato costruito anche attraverso un'indagine condotta tra luglio 2025 e gennaio 2026, alla quale hanno partecipato 172 professionisti sanitari, prevalentemente infettivologi, specialisti di medicina d'urgenza e anestesisti-rianimatori.
Un sanitario su tre segnala l'assenza di protocolli
La criticità indicata più frequentemente è la mancanza di percorsi uniformi e condivisi, segnalata dal 55% degli intervistati per la sepsi e dal 41,9% per lo shock settico.
Il 35,3% dei professionisti riferisce inoltre che nella propria struttura non esiste un protocollo aziendale specifico per la diagnosi della sepsi. Per lo shock settico la percentuale è del 31,4%. A questo si aggiungono le difficoltà nel passaggio del paziente tra i diversi reparti e professionisti coinvolti. Il 70,9% segnala criticità comunicative o organizzative nel coordinamento tra le unità chiamate a gestire il caso.
Per Cittadinanzattiva la questione non è quindi soltanto clinica. La rapidità della diagnosi e del trattamento dipende anche dalla capacità delle strutture di riconoscere precocemente il quadro e attivare procedure condivise.
Dal Nord al Sud cambiano i percorsi
L'indagine evidenzia anche una forte differenza territoriale. Al Nord l'84,6% degli intervistati dichiara la presenza di un protocollo aziendale specifico per la sepsi. La percentuale scende al 63,6% al Centro e al 42,9% nel Sud e nelle Isole.
Le differenze riguardano anche la formazione. Il 61,5% delle strutture del Nord offre corsi specifici sulla sepsi, mentre al Sud e nelle Isole il 78,6% degli intervistati segnala l'assenza di questa formazione. Oltre il 53% dei medici del Mezzogiorno ritiene inoltre che le carenze organizzative nei turni notturni e festivi possano incidere sulla sopravvivenza dei pazienti.
È su queste disomogeneità che si concentra la richiesta di inserire sepsi e shock settico tra le reti tempo-dipendenti. Protocolli e modalità organizzative comuni dovrebbero ridurre la variabilità nella presa in carico, garantendo standard più omogenei indipendentemente dal territorio e dalla struttura nella quale arriva il paziente.
Il vuoto dopo la dimissione
La criticità più marcata emerge però una volta superata la fase acuta. Circa la metà dei sopravvissuti sviluppa una sindrome post-sepsi, che può comportare debolezza fisica, deficit cognitivi e disturbi della salute mentale. Tra i pazienti anziani sopravvissuti, secondo i dati riportati da Cittadinanzattiva, circa un terzo muore entro un anno dalla dimissione.
Eppure il 73,3% delle strutture considerate dall'indagine non dispone di un percorso strutturato di follow-up per chi è sopravvissuto a uno shock settico. Nella fase successiva al ricovero il 38,4% dei pazienti con sepsi non avrebbe inoltre una figura professionale di riferimento.
"Guarire da una sepsi o da uno shock settico non significa sempre tornare alla vita di prima", sottolinea Cittadinanzattiva. Le complicanze segnalate dai professionisti sono soprattutto fisiche, ma comprendono anche problemi cognitivi e la difficoltà di trovare riferimenti assistenziali sul territorio.
La richiesta dell'associazione parte quindi dall'emergenza, ma si estende alla fase successiva. Una rete nazionale per sepsi e shock settico dovrebbe garantire riconoscimento precoce, tempi rapidi e procedure comuni nella fase acuta, insieme a una continuità assistenziale che oggi, secondo l'indagine, nella maggior parte delle strutture ancora manca.




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