
Il punto di rottura
Superata la soglia dei 35 gradi, il corpo inizia già a faticare: si perdono liquidi e sali minerali, il cuore è costretto a un lavoro extra e compaiono i primi segnali di cedimento. «Con le temperature sopra i 35 gradi si perdono liquidi e sali minerali, aumenta il lavoro del cuore e compaiono stanchezza, debolezza e cali di pressione – spiega Andrea Montagnani, presidente nazionale della Fadoi –. Per le persone sane la situazione è generalmente gestibile, ma richiede già attenzione e comportamenti adeguati».
Il vero punto critico, però, si colloca oltre i 40 gradi. In questo scenario, avverte l’esperto, «la temperatura interna aumenta e possono comparire disidratazione importante, alterazioni della pressione arteriosa, confusione mentale fino al colpo di calore, che rappresenta una vera emergenza medica perché può compromettere il funzionamento di cervello, cuore e reni e richiede un intervento immediato». Da qui l’invito a non sottovalutare mai i primi segnali di disidratazione.
Non conta solo il picco: è la durata a fare la differenza
Per il presidente Fadoi, a preoccupare non è soltanto il valore massimo raggiunto dal termometro, ma la persistenza delle giornate roventi. «Quando la situazione persiste per molti giorni consecutivi l'organismo non riesce più a recuperare, soprattutto se anche le temperature notturne rimangono elevate», sottolinea Montagnani. Le notti tropicali, in altre parole, tolgono al corpo la possibilità di rigenerarsi, aggravando l’effetto cumulativo delle giornate di caldo estremo.
Le categorie più vulnerabili
Gli anziani restano la popolazione più esposta, ma l’elenco dei soggetti a rischio è più ampio e coinvolge chi convive con: scompenso cardiaco, ipertensione, insufficienza renale, diabete, malattie respiratorie, patologie neurologiche o disturbi cognitivi. Per questi pazienti, anche variazioni climatiche apparentemente gestibili possono tradursi in scompensi clinici significativi.
Farmaci, il caldo può alterare l’effetto
Un capitolo a parte riguarda le terapie farmacologiche, che il caldo può influenzare in modo rilevante. «Il caldo può modificare l’effetto di numerosi farmaci – avverte ancora Montagnani –. Non bisogna mai sospendere o modificare autonomamente le cure. Sarà il medico a valutare se sia necessario adattare temporaneamente la terapia o aumentare il monitoraggio clinico». Il presidente Fadoi raccomanda la stessa prudenza anche ai pazienti in trattamento con farmaci psichiatrici, per i quali il rischio di interazioni con le temperature estreme richiede una sorveglianza clinica ancora più attenta.




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