
Nonostante le raccomandazioni delle linee guida, l'esercizio fisico continua a occupare un ruolo marginale nella gestione della fibrillazione atriale. Lo studio NEXAF, presentato al congresso della Società europea di cardiologia (ESC) 2026, suggerisce invece che un programma strutturato e personalizzato possa tradursi in benefici concreti, con una riduzione del tempo trascorso in aritmia e dei ricoveri ospedalieri.
Un'opzione ancora poco sfruttata
La crescente diffusione della fibrillazione atriale ha riportato l'attenzione sull'importanza degli interventi non farmacologici. Tuttavia, il passaggio dalle raccomandazioni alla pratica quotidiana è ancora lontano dall'essere completato. «Esiste ancora un importante gap di implementazione: secondo un'indagine della European Heart Rhythm Association soltanto circa un paziente eleggibile su dieci viene indirizzato a programmi di riabilitazione basati sull'esercizio fisico», ha spiegato Bjarne Nes, principal investigator dello studio NEXAF e ricercatore della Norwegian University of Science and Technology di Trondheim, in Norvegia.
Come è stato costruito il programma
Il trial NEXAF ha coinvolto pazienti con fibrillazione atriale non permanente e livelli di attività fisica inferiori alle raccomandazioni generali. I partecipanti sono stati randomizzati a un programma di esercizio personalizzato della durata di un anno oppure alle cure abituali. L'intervento prevedeva otto sessioni supervisionate ad alta intensità nelle prime quattro-sei settimane, seguite da un monitoraggio prevalentemente domiciliare attraverso smartwatch, applicazione dedicata e piattaforma web. Tutti i partecipanti sono stati monitorati in modo continuo per valutare il burden aritmico.
Meno tempo in fibrillazione atriale e meno ricoveri
Secondo i risultati dello studio, il programma di allenamento ha determinato una riduzione significativa del tempo trascorso in fibrillazione atriale rispetto alle cure standard. Pur non evidenziando miglioramenti significativi nella qualità di vita, l'intervento ha aumentato la capacità cardiorespiratoria e ridotto le ospedalizzazioni. «I pochi studi precedenti sull'esercizio fisico erano generalmente di breve durata, con numeri limitati e senza un monitoraggio continuo del burden di fibrillazione atriale», ha osservato l’esperto –. Questa ricerca fornisce informazioni più solide sugli effetti di un programma strutturato a lungo termine».
Verso una maggiore integrazione nella pratica clinica
Gli autori sottolineano come il modello utilizzato nello studio possa essere facilmente trasferito alla pratica clinica quotidiana grazie alla combinazione di una breve fase supervisionata e di strumenti digitali per il monitoraggio a distanza. Un approccio che potrebbe favorire una più ampia diffusione della riabilitazione cardiovascolare nei pazienti con fibrillazione atriale.




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