
Sette giorni e qualcosa in ospedale. Nel 2022 la degenza media in Italia era di 7,2 giorni, una delle più lunghe tra quelle registrate nei Paesi OCSE. Ma quel dato racconta soprattutto il sistema sanitario dal quale l'Italia ha cercato di allontanarsi negli ultimi quattro anni. Proprio nel 2022 entrava infatti in vigore il DM 77, con il nuovo modello dell'assistenza territoriale che il PNRR avrebbe dovuto progressivamente costruire.
È quindi meno interessante chiedersi se 7,2 giorni siano tanti o pochi rispetto ai 5,6 della Francia o ai 5,4 della Svezia. La domanda è un'altra. Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, Centrali operative territoriali e telemedicina riusciranno davvero a ridurre la quota di ricovero che dipende dalla mancanza di un'alternativa assistenziale?
È su questo terreno che il dato OCSE diventa una misura della necessità delle riforme avviate e, contemporaneamente, un riferimento con il quale valutarne in futuro l'efficacia.
Nel 2022 l'Italia restava più a lungo in ospedale
Secondo i dati OCSE sulla durata media della degenza, l'Italia si attestava nel 2022 a 7,2 giorni. Tra i Paesi considerati, valori superiori si registravano in Giappone con 16,1 giorni, Portogallo con 9,3, Canada con 8, Regno Unito con 7,9, Germania con 7,5 e Lussemburgo con 7,3.
Numerosi sistemi europei presentavano invece permanenze sensibilmente inferiori. La Francia era a 5,6 giorni, la Svezia a 5,4 e la Norvegia a 5,9.
Il confronto va interpretato con cautela. La stessa OCSE ricorda che la durata media della degenza viene spesso utilizzata come indicatore di efficienza, perché a parità delle altre condizioni una permanenza più breve riduce il costo per dimissione e permette di trasferire una parte dell'assistenza verso strutture post-acute meno costose. Ma proprio quel "a parità delle altre condizioni" impedisce di trasformare la statistica in una classifica della qualità dei sistemi sanitari.
Case mix, caratteristiche della popolazione, organizzazione degli ospedali e disponibilità di servizi esterni al reparto possono modificare profondamente la durata di un ricovero. Il problema non è quindi accorciare le degenze in quanto tali, ma evitare che l'ospedale continui a trattenere pazienti che potrebbero essere assistiti altrove.
Gli Ospedali di Comunità sono nati anche per questo
È precisamente uno dei problemi ai quali dovrebbe rispondere la nuova assistenza territoriale. Il DM 77 assegna all'Ospedale di Comunità una funzione intermedia tra domicilio e ricovero ospedaliero. Si tratta di strutture destinate a pazienti che non richiedono più l'intensità assistenziale dell'ospedale per acuti, ma che non possono ancora essere seguiti adeguatamente a casa.
Il Ministero attribuisce esplicitamente a queste strutture la funzione di evitare ricoveri impropri e favorire dimissioni protette, accompagnando il paziente nella stabilizzazione clinica, nel recupero funzionale e dell'autonomia prima del ritorno al domicilio.
Il target finale del PNRR prevede almeno 307 Ospedali di Comunità operativi secondo gli standard del DM 77. La fase, però, non può ancora essere considerata conclusa. Nell'ultimo aggiornamento sulla Missione 6, il Ministero della Salute ha comunicato che sono ancora in corso la verifica e l'acquisizione delle evidenze necessarie alla rendicontazione del risultato.
È un passaggio importante anche per interpretare correttamente il confronto con il 2022. Il dato OCSE fotografa infatti un'Italia nella quale la nuova rete territoriale era sostanzialmente ancora da costruire. I prossimi dati diranno se aver costruito strutture intermedie sarà bastato a modificare realmente i percorsi dei pazienti.
Telemedicina e domicilio completano il nuovo modello
L'Ospedale di Comunità rappresenta soltanto un segmento della riforma. Il modello disegnato dalla Missione 6 comprende anche assistenza domiciliare, COT e telemedicina. Le Centrali operative territoriali hanno il compito di coordinare la presa in carico e mettere in comunicazione servizi territoriali, sociosanitari, ospedali e rete dell'emergenza. La telemedicina dovrebbe invece permettere di seguire una parte dei pazienti, soprattutto cronici, senza ricorrere necessariamente alla struttura ospedaliera.
Su questo versante il PNRR ha già superato uno dei propri obiettivi. Il target nazionale prevedeva almeno 300 mila persone assistite attraverso strumenti di telemedicina e il Ministero lo indica come raggiunto.
La disponibilità delle tecnologie, tuttavia, non coincide automaticamente con la costruzione di un percorso assistenziale. Per incidere sulla pressione ospedaliera occorre che telemedicina, cure domiciliari, medicina generale, strutture intermedie e ospedale riescano effettivamente a comunicare e a garantire continuità dopo la dimissione.
Dopo il PNRR arriverà la prova dei risultati
È qui che i 7,2 giorni registrati dall'OCSE acquistano un significato diverso. Il dato mostra perché una riforma dell'assistenza territoriale fosse necessaria, ma non dimostra che quella realizzata sarà sufficiente.
La prima fase della Missione 6 è stata inevitabilmente misurata attraverso strutture realizzate, tecnologie installate, servizi attivati e persone raggiunte. Una volta completata la rete, la valutazione dovrà però spostarsi progressivamente dagli adempimenti ai risultati. Uno di questi potrà essere proprio il rapporto con l'ospedale. Se gli Ospedali di Comunità riusciranno a ricevere pazienti stabilizzati, se l'assistenza domiciliare consentirà dimissioni protette e se la telemedicina permetterà di seguire efficacemente una parte della cronicità, una quota delle giornate trascorse oggi nei reparti per acuti dovrebbe progressivamente spostarsi verso setting più appropriati.
Non significa inseguire una riduzione indiscriminata della degenza. Una permanenza più breve non è di per sé migliore e una dimissione anticipata senza una presa in carico adeguata trasferirebbe semplicemente il problema dall'ospedale al paziente e alla sua famiglia.
Il confronto OCSE offre piuttosto un punto di partenza. Nel 2022 l'Italia aveva una degenza media relativamente elevata e un'assistenza territoriale ancora insufficiente a sostenere pienamente l'alternativa al ricovero. Quattro anni dopo, il SSN sta completando una delle più importanti riorganizzazioni territoriali degli ultimi decenni.
La verifica decisiva comincerà quando non conteremo più soltanto quanti Ospedali di Comunità sono stati aperti o quanti pazienti utilizzano la telemedicina, ma quanto queste strutture e questi servizi abbiano effettivamente cambiato il modo in cui si entra, si rimane e si esce dall'ospedale.




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